
BUDAPEST Se le posizioni dell’intellighenzia politica magiara continuano a impensierire l’Europa, l’economia di Budapest lancia qualche segnale di fiducia. Secondo i dati dell’Ufficio statistico centrale (Ksh), il Pil nell’ultimo trimestre del 2011 è cresciuto dell’1,4% anno su anno, un successo superiore alle attese. Dopo il crollo del 2009 (-6,7%) e la leggera ripresa nel 2010 (1,3%), anche il 2011 si configura dunque come un anno non certo “horribilis”. «Sorpresa positiva, anche se non sembra destinata a durare a lungo, provocata da una ripresa del settore delle costruzioni e delle infrastrutture, specialmente autostrade e ferrovie, ripresa foraggiata da un aumento dei trasferimenti dall’Ue», illustra Janos Samu, macroeconomista di Concorde Securities a Budapest. Mancano invece «concreti positivi indicatori sugli investimenti privati», aggiunge. L’anno scorso inoltre «la crescita è stata fortemente sostenuta dall’agricoltura, molto dipendente dal meteo, ottimo l’anno scorso a differenza di quello in corso. Non ritengo sia possibile aspettarsi una simile performance nel 2012», conclude.
Rimane dunque ancora essenziale raggiungere un’intesa con Eu e Fmi per un prestito che permetta a Budapest di stabilizzare i conti pubblici. Ce la farà Orban a negoziare un accordo? «Il premier usa una retorica che gli consente di fare compromessi a livello Ue e di continuare in patria con i vecchi discorsi della “lotta per la libertà” e delle cospirazioni internazionali, aspetti non compatibili tra loro», spiega Gergely Gimes, analista del Political Capital Institute. Se ci sarà un compromesso per ottenere i soldi dell’Fmi, «gli elettori di Fidesz lo leggeranno come una mossa necessaria a difendere il Paese e non ci sarà un declino nel sostegno a Orban», analizza. Una mossa obbligata oltre che necessaria, «ma è esagerato paragonare l’Ungheria alla Grecia», come ha fatto certa stampa estera, dice Gimes. «Il debito pubblico e il deficit sono molto più bassi, nel caso ungherese il problema è più una mancanza di fiducia nei fondamentali dell’economia che costituiscono fonte di preoccupazione». Ma se Budapest «riuscirà a indicare una “roadmap” per i prossimi mesi e anni a cui gli investitori possano credere», argomenta l’analista, «ogni tipo di parallelismo con Atene sarà senza senso».









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