16. 01. 2013
Il Piccolo
Stefano Giantin

La Russia “locomotiva” dell’Est europeo

business focus

VIENNA L’onda lunga della crisi ancora influenza le economie della regione, ma l’Europa centro-orientale ha davanti a sé un 2013 fatto più di luci che di ombre. Lo confermano i numeri e le dichiarazioni degli addetti ai lavori presenti al “Central and Eastern European Forum”, conferenza Euromoney organizzata in una Vienna innevata. I dati parlano chiaro. Sono quelli di UniCredit, banca leader nell’area e fra gli sponsor dell’iniziativa, che ha presentato ieri le proprie previsioni macroeconomiche sull’andamento delle economie dell’Europa dell’Est. La vera locomotiva della regione sarà la Russia, con un Pil reale previsto nel 2013 a +3,6% rispetto all’anno precedente, hanno annunciato Aurelio Maccario, capo del “planning strategico” e Gianni Franco Papa, capo della divisione Cee di UniCredit. Divisione che segue più di quattro mila imprese italiane nel processo d’internazionalizzazione nell’area e ne ha acquisite oltre 400 nel 2012. «Chiaramente la regione ha vissuto un anno duro», ha chiarito Maccario, ma la ripresa «si vede quasi ovunque». Oltre a Mosca, anche l’Estonia (+3,5%) fa bene. Bene quanto l’ormai “nuova frontiera” economica, la Turchia (+3,4%), seguita da Lettonia e Lituania con un +3,2%. Ma «le turbolenze dell’Eurozona si propagano» anche a Est, ha spiegato il direttivo del colosso bancario, causando instabilità e rallentamenti. Lo confermano i numeri sulla Polonia, Paese quasi immune dalla crisi grazie al suo ampio mercato interno, che crescerà però “solo” di un +1,7% il prossimo anno. Stesse previsioni, abbastanza ottimistiche, anche per la Slovacchia (+1,7%), per la Serbia (+1,6%), per la Romania (+1,3%).

Allarmanti invece quelle che riguardano la Slovenia, la Croazia e l’Ungheria. Budapest conoscerà una timida crescita, non superiore allo 0,2%. Zagabria potrà sperare solo in un mezzo punto di Pil in più rispetto al 2012, mentre Lubiana rimane la vera “pecora nera”: -1,3% di Pil nel 2013. Anche per la Slovenia in crisi, come per tutti gli altri Paesi della regione, è tuttavia sempre valido l’assunto che «il potenziale di crescita a lungo termine dell’Europa centro-orientale rispetto a Paesi più sviluppati rimane intatto». E quando anche nella “vecchia Europa” arriverà la ripresa, questa si espanderà a Est e «crescerà a ritmo doppio» rispetto ai compagni di viaggio occidentali, ha assicurato Richard Ensor, numero uno di Euromoney Institutional Investor. Ensor che ha allo stesso tempo ammesso che «il pessimismo persiste». Pessimismo per gli investimenti che scarseggiano, ma anche per il «nazionalismo economico» che si fa largo nell’Europa orientale, Ungheria in testa.

Ma anche l’Ungheria della tassa sulle banche, come ha ammesso Gyula Pleschinger, segretario di Stato magiaro all’Economia, aspetta con ansia nuovi investitori. Investitori che sono attesi come la manna in tutta la regione. E per attirarli si lavora a riforme spesso dolorose. Come quelle – timide – slovene, che «mentre qualcuno speculava» sulla possibilità che Lubiana sarebbe stata «il prossimo Paese a chiedere sostegno» all’Ue per non crollare sotto i colpi della crisi, il governo ha portato avanti con fatica, ha detto durante il “panel” inaugurale Dejan Krusec, segretario di Stato sloveno alle Finanze. Da quelle edulcorate del «settore bancario al controllo delle imprese pubbliche fino alla riforma delle pensioni». Uno sforzo che, secondo Krusec, «è stata la strada giusta» da intraprendere e che sarà premiato dagli investitori. Lubiana, infatti, prevede di vendere almeno 3 miliardi di “bond” denominati in dollari nel 2013 e l’interesse è alto, ha specificato.

E il nuovo modello di crescita? È quello “made in Serbia,” proposto dal ministro delle Finanze e dell’Economia, Mladjan Dinkic. Se l’Europa soffre, bisogna infatti guardare sempre più a Est, «in Cina, Russia, Turchia, nei Paesi arabi», ha spiegato Dinkic. Un modello che però non esclude quello dell’integrazione nell’Ue, il sogno a lungo termine della Serbia, un concetto sempre meno popolare in Europa. La crisi non è stata però «colpa dell’integrazione, ma di un’integrazione che non è andata abbastanza avanti», ha ribattuto Suma Chakrabarti, presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. L’integrazione, «economica, finanziaria, tecnologica», rimane ancora il «futuro dell’Europa». Sia a Est, sia a Ovest.

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