BRUXELLES Corona estone, addio. Dalla mezzanotte di ieri l’Estonia è diventata il diciassettesimo membro dell’Eurozona. A Tallinn i politici locali hanno festeggiato in piazza l’arrivo dell’euro con fuochi d’artificio e concerti, mostrando con fierezza le banconote e le nuove monete da un euro con la cartina dell’Estonia a una popolazione che, al 40%, è ancora diffidente sul cambio di moneta. Un po’ di nostalgia serpeggia per la vecchia divisa, simbolo dell’indipendenza dall’Urss e orgoglio nazionale. Ma la gente si rende conto degli enormi passi avanti fatti.
In meno di vent’anni, l’Estonia si è trasformata da satellite sovietico in membro di Ue, Nato e del sistema Schengen. E ora, l’euro. Il Paese è il terzo dell’ex blocco comunista a fare il grande passo dopo Slovenia e Slovacchia.
«L’ingresso nell’Eurozona è il risultato più importante di questo governo. Porterà stabilità, più posti di lavoro, pensioni sostanziose e una crescita economica costante. E renderà più agevole l’export verso l’Ue dove finisce il 70% dei nostri prodotti», ha spiegato agli estoni il primo ministro Andrus Ansip.
«L’euro abbatterà i costi di transazione per chi fa affari con l’Europa, il partner commerciale più importante per l’Estonia, permettendo risparmi considerevoli», conferma a Il Piccolo Fredrik Erixon, direttore dell’Ecipe, il Centro europeo per la politica economica internazionale di Bruxelles, punto di osservazione privilegiato e indipendente sull’economia continentale. «L’Estonia potrà ora servirsi degli strumenti finanziari della Banca centrale europea per ”raffreddare” l’economia quando ce n’è bisogno – spiega Erixon – era quello che sarebbe servito al Paese negli anni scorsi, durante l’esplosione della bolla immobiliare e ciò che sarà ancora più necessario in futuro. Tallinn crescerà nei prossimi anni molto di più della media europea e rischi di nuove bolle sono concreti. Entrare nell’euro è stata una scelta azzeccata».
Ma la moneta comune non sarà la panacea di tutti i mali che affliggono ancora il piccolo Paese baltico, 1,4 milioni di abitanti, 25% la minoranza russa. L’Estonia è da un lato l’unico dei tre Stati baltici ad avere i conti in ordine. Dal punto di vista fiscale, Tallinn ha registrato il più basso rapporto tra deficit e Pil in Europa e dal 2002 vanta un bilancio statale positivo. Per questo è stata premiata da Bruxelles. Ma la tenuta dei conti non cancella il crollo del 14% del prodotto interno lordo nel 2009, il quinto peggior risultato fra le economie mondiali. Peggio hanno fatto solo Armenia, Ucraina e i due malandati cugini baltici, Lituania (-15%) e Lettonia (-18%).
Neppure la flat tax al 22% ha aiutato le imprese a ripartire. E la «kroon», andata in pensione ieri, era già in un regime di cambio fisso con l’euro fin dal 2004: la necessaria svalutazione interna del 2010 è stata operata dunque abbassando drasticamente i salari. Il costo sociale della crisi è stato enorme. Il tasso di disoccupazione in Estonia, buon indicatore della sofferenza del Paese, ha raggiunto a inizio anno il 19,8%, di poco inferiore a quello della Lettonia (20,4%). Insomma, conti a posto, ma società sempre più povera e clima di austerità.
Ma intanto Tallinn si gode l’ingresso nell’euro, un fattore psicologico importante per differenziarsi dai vicini in crisi, in particolare dai «nemici» russi e dai lettoni e lituani. Per gli ultimi due la strada della ripresa è ancora in salita. I rispettivi premier, Valdis Dombrovskis e Andrius Kubilius, erano ieri a Tallinn a festeggiare l’ingresso dell’Estonia nell’euro e guardavano con una punta d’invidia l’omologo estone Ansip. Per Riga e Vilnius il 2010 si chiude con un Pil in leggera crescita, ma con i conti pubblici sempre in rosso e la disoccupazione in aumento.
«Nel 2011 le cose però miglioreranno, perfino il Pil lettone tornerà positivo», illustra Erixon. «Dopo il crollo del 2010 e le più che draconiane misure di austerità, per entrambi i Paesi – prevede l’analista – si prospetta un anno più roseo. Le misure di controllo fiscale stanno funzionando, la competitività è migliorata e le esportazioni stanno ripartendo sia in Lettonia, sia in Lituania». Paesi lontani dai successi estoni,










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