VIENNA Mentre l’Europa cerca, senza successo, una soluzione collegiale per placare la tempesta economica e finanziaria nella sua periferia, a due passi dal confine italiano c’è un Paese che, in termini economici, «merita la Champions League».
Stando all’ultimo rapporto dell’Ocse, in questi giorni saranno in tanti a guardare all’Austria con invidia. L’economia di Vienna «continua a impressionare per le performance molto buone e per l’alto livello di coesione sociale», si legge nella relazione. I punti di forza dell’Austria sono «un’economia di successo basata sulle esportazioni, imprenditori che hanno compreso come beneficiare dell’integrazione europea, una forza-lavoro motivata e preparata, bassa disoccupazione e partner sociali che si sono assunti la responsabilità di sottoporre progetti di riforme al governo, superando il tradizionale ruolo di negoziatori in materia di salari e di condizioni di lavoro», continua l’analisi.
Tutte ragioni per le quali «l’Austria è stata capace di combinare prestazioni economiche e di occupazione con risultati di grande effetto in una sorta di “Champions League” dei Paesi Ocse, mantenendo allo stesso tempo una forte compattezza sociale», ha specificato il Segretario generale dell’organizzazione, il messicano Angel Gurria.
I dati macroeconomici corroborano l’ottimismo di Gurria e l’orgoglio dei politici austriaci: Pil a +2,9% nel 2011 secondo l’Ocse, disoccupazione al 4,2% e in calo, +9% l’export, in flessione la spesa pubblica, in aumento la domanda interna e gli investimenti. E anche il settore bancario, molto esposto verso Est, «si sta riprendendo», assicura l’Ocse, anche se la capitalizzazione è ancora sotto gli standard.
Ma è veramente azzeccata la definizione di economia da “Champions League”, per l’Austria? «Per un economista è un termine strano, ma è vero che siamo in una situazione molto buona rispetto al quadro internazionale», afferma Marcus Scheiblecker, ricercatore all’Austrian Institute for Economic Research (Wifo).
Il Paese è riuscito a recuperare velocemente dopo la crisi del 2008-2009 «semplicemente come conseguenza di un ciclo economico. Secondo la teoria, dopo una recessione, un’economia ritorna al livello pre-crisi. Se uno Stato ha solide basi e nessun problema strutturale, come nel caso di Germania e Austria, si può osservare in pratica questo principio», illustra l’economista. «Solo in Paesi che non hanno buoni fondamentali, non c’è questo balzo e ciò può rimarcare le debolezze strutturali di un’economia, come accaduto nelle “bubble economies” di Irlanda, Spagna e Portogallo».
Un problema per l’Austria, Paese fondato sull’export, potrebbe tuttavia derivare dai Paesi importatori, se non escono dalla crisi. «Certo, se l’economia italiana, uno dei nostri maggiori partner commerciali, inizia a sfaldarsi, anche noi ne sentiremo gli effetti a causa del calo nelle esportazioni», spiega Scheiblecker.
Altri aspetti che preoccupano in prospettiva la dirigenza viennese e fanno temere che il futuro non sarà roseo quanto il presente sono molteplici. L’Austria, suggerisce l’Ocse, deve alzare l’età pensionabile e riformare la previdenza, un settore «da serie C», come scrive il Salzburger Nachrichten.
Ma anche risparmiare sulla spesa sanitaria e sul welfare, favorendo l‘accesso al mercato del lavoro delle donne e dei lavoratori poco qualificati e abbassando le spese dell’ottimo, ma costoso, sistema sanitario. A breve termine i problemi sono però altri. «Abbiamo due punti deboli – conclude Scheiblecker – che non ci consentono di crescere come la Germania: il settore turistico e quello edile. Il primo non è ancora in ripresa, mentre il secondo è da tre anni in recessione perché la spesa pubblica nell’area è debole dato che il governo deve ridurre il deficit». Problemi che, visti in questi giorni dall’altra parte delle Alpi, sembrano inezie.

