12. 05. 2009
Il Piccolo
Stefano Giantin

Kosovo nell’FMI, si aprono le porte al capitale straniero

Pristina (photo: AMWranes)

Pristina (photo: AMWranes)

PRISTINA La crisi economica e l’arretratezza del Kosovo sono da imputare all’inazione e all’incapacità dei governanti locali. Un sondaggio delle Nazioni Unite ha messo nero su bianco il profondo scontento che serpeggia nella giovane repubblica balcanica. Il 90% dei kosovari – sia albanesi, sia serbi – ritiene che i problemi più urgenti del Paese siano la disoccupazione in aumento, la corruzione e la povertà diffusa. Pochi sono i cittadini che credono che il governo abbia gli strumenti e le capacità per migliorare la situazione.

Dopo la recente tensione interetnica e i violenti scontri nel nord a maggioranza serba, la leadership albanese di Pristina ha registrato tuttavia un importante successo diplomatico. Il Fondo Monetario Internazionale ha offerto al Kosovo di diventare il suo 186° membro, un passo importante verso l’integrazione del Paese nella comunità internazionale.

L’ingresso nell’FMI giunge al momento opportuno e apre al Kosovo nuove possibilità di accedere a prestiti e finanziamenti stranieri. L’ex provincia serba è ben lontana dall’essere economicamente autosufficiente e la crisi rischia di interrompere il flusso di aiuti internazionali. «Il quadro economico non è roseo», conferma Besnik Bislimi, ricercatore all’Università americana di Pristina. «Il Pil pro capite è di soli 2.400 dollari all’anno, la disoccupazione è enorme e il Paese è geograficamente isolato».

La crisi finanziaria globale ha investito anche Pristina, nonostante l’arretratezza del suo sistema economico e finanziario. Il Fondo pensione statale aveva investito parte dei contributi dei kosovari sui mercati azionari mondiali e ha perso 91 milioni di euro – il 3,5% del Pil del Paese – per colpa del crollo delle Borse. «Parliamo del 30% dei soldi investiti per le pensioni», sottolinea Visar Ymeri, portavoce del Fondo.

L’economia kosovara soffre anche la crisi del suo settore trainante, quello minerario, duramente colpito dalla caduta dei prezzi. «A febbraio e marzo le esportazioni sono calate del 45% e del 41% rispetto al 2008», conferma Bislimi. Nello stesso periodo sono aumentate le importazioni, rendendo ancora più ampio il deficit commerciale. «L’incremento dell’import si deve forse alla stabilità nell’afflusso delle rimesse degli emigranti», sostiene il ricercatore.

Il fatto certo è che in Kosovo non arrivano ancora investimenti stranieri sufficienti a garantire uno sviluppo duraturo. L’instabilità geopolitica non tranquillizza gli imprenditori che preferiscono non rischiare in un Paese spesso etichettato come “Stato-mafia”. «Gli investimenti sono scarsi, anche se il Kosovo offre buone opportunità alle aziende straniere», sostiene tuttavia Flamur Keqa, economista della Camera di Commercio del Kosovo.

Una conferma arriva da Luciano Di Bernardo, direttore generale della Banca di Cividale, l’unico istituto di credito italiano impegnato in Kosovo. «Da anni abbiamo una partecipazione che oscilla tra il 5% e il 9% nella Bank for Private Business» spiega Di Bernardo. «Non abbiamo acquisito nuove quote per timore dei rischi politici ed economici del Paese. Stiamo però verificando l’opportunità di rafforzare la nostra presenza nel prossimo futuro, anche perché gli imprenditori friulani in zona sono in crescita e noi vorremmo assisterli».

Uno di questi è Marco Fantinel, produttore di vino che ha investito 4,4 milioni di euro in un’azienda agricola privatizzata in Kosovo assieme a un gruppo di imprese venete. «In questo momento siamo ancora nella fase di sviluppo del progetto. Siamo fiduciosi per quanto riguarda il nostro investimento, ma il Paese deve ancora progredire, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture».  L’auspicio è che, oltre alle strade, vengano finalmente gettati anche ponti simbolici tra la comunità albanese e quella serba, una tappa obbligata per l’edificazione di un Kosovo pienamente democratico, non solo indipendente.

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