19. 05. 2009
Il Piccolo
Stefano Giantin

Incubo svalutazione per la Macedonia

Macedonia (photo: Pero Kvrzica)

Macedonia (photo: Pero Kvrzica)

SKOPJE Dieci milioni di euro stornati dal bilancio statale per cinque statue in bronzo made in Italy. Una di queste ritrarrà Alessandro il Grande, eroe autoctono per Skopje, greco purosangue per Atene. La bufera scoppiata in Macedonia la settimana scorsa non accenna a placarsi. Nella capitale, la gente è inviperita e non solo per i soldi sprecati in tempo di crisi. Si teme che il monumento ad Alessandro possa essere letto dalla Grecia come una sfida e diventi un nuovo ostacolo al processo d’integrazione atlantica ed europea, bloccato da un veto greco per la questione del nome dell’ex-repubblica jugoslava.
 

Recessione nel 2009

Mentre si dibatte sulla reale utilità delle sculture, la Macedonia sta precipitando in una grave crisi economica. L’FMI parla di recessione ormai certa per il 2009 e di pericolo deflazione. «L’impatto negativo della crisi globale si sta facendo sentire in tutti i settori produttivi», ha ammesso il premier Gruevski presentando un piano di tagli alla spesa pubblica.

L’industria è quasi ferma, le esportazioni e le importazioni sono in caduta libera. «La nostra economia è basata sull’export di minerali e sul tessile ed entrambi i settori soffrono per il calo dei prezzi e della domanda in Europa», spiega Marjan Nikolov, presidente del Centro per l’Analisi Economica di Skopje. «La produzione industriale è in contrazione da ottobre», aggiunge l’economista Dragan Tevdovski. A gennaio, il calo è stato del 16,7%, a febbraio dell’11% e la spirale discendente non accenna a fermarsi.

Il rallentamento dell’economia è evidenziato dal calo dei consumi d’energia elettrica e della domanda interna. «Anche le entrate fiscali si stanno riducendo considerevolmente», avverte Tevdovski. Preoccupanti sono i dati sulla disoccupazione. Prima della crisi, il 33% dei macedoni e un giovane su due erano disoccupati. Il numero dei senza lavoro è aumentato del 5,4% solo a marzo. Saranno in molti a rovinare sotto la soglia di povertà, dove già galleggia il 20% della popolazione.

Fra le tante difficoltà che il Paese dovrà affrontare non va esclusa una svalutazione del dinaro. Per difendere la moneta, la Banca Centrale ha prelevato 300 milioni di euro dalle riserve, ma la situazione potrebbe diventare insostenibile. «È il pericolo più grave che corriamo», spiega Tevdovski, «il Paese ha un deficit delle partite correnti in continua crescita, determinato dall’aumento del deficit commerciale e dal calo delle rimesse degli emigranti», illustra l’economista. Dall’inizio dell’anno, la Macedonia sta accumulando 200 milioni di dollari al mese di deficit commerciale. «Se vuole evitare la recessione, il governo deve al più presto tagliare le spese, investire sulle infrastrutture e negoziare un prestito con l’FMI», ammonisce Tevdovski.
 

Cambiare nome

Il timore è che la crisi economica possa riverberarsi sulla fragile stabilità politica della Macedonia. Un quarto della popolazione è d’etnia albanese, molti sono quelli che non accettano Skopje come propria capitale. Solo otto anni fa, un conflitto armato scatenato dagli indipendentisti albanesi aveva messo a rischio l’integrità statale.

Il collante che tiene insieme la repubblica è la speranza di entrare nella Nato e in Europa. I negoziati sono però bloccati dall’opposizione della Grecia. Atene vuole che Skopje cambi il nome dello Stato. Il termine “Macedonia” viene letto come un furto d’identità, un errore storico che Skopje non ha voluto finora ammettere e riparare.

«Gli albanesi vogliono a tutti i costi che il Paese entri nell’Alleanza Atlantica, il governo deve risolvere la questione del nome», auspica il professor Ljubomir Frckoski, candidato socialdemocratico sconfitto alle ultime elezioni presidenziali ed ex ministro degli Esteri e dell’Interno.

Se la diatriba con Atene dovesse rimanere aperta, la Macedonia potrebbe conoscere una fase dagli equilibri incerti. «Non ci saranno un nuovo irredentismo albanese, né modifiche di confini», chiarisce Frckoski, «rischiamo però una separazione interna. Gli albanesi da una parte a perseguire i propri interessi, dall’altra il governo che, per miopia e inettitudine, continua a boicottare l’ingresso del Paese nella Nato. È questo la vera minaccia».

 

Pochi investimenti

Con così tanti problemi aperti, non stupisce l’interesse limitato degli imprenditori stranieri, italiani inclusi, verso Skopje. In Macedonia opera solo una decina d’aziende nostrane. «Ci sono tuttavia 150 imprese macedoni che hanno stretti rapporti con l’Italia tramite collaborazioni commerciali, importazioni tecnologiche e joint-venture», sottolinea il direttore dell’ufficio ICE a Skopje, Paolo Ferrucci.

Neppure gli incentivi fiscali hanno attirato un numero maggiore di imprese straniere. La Macedonia offre «zone franche per gli investimenti esteri, una valuta stabile, manodopera a basso costo e qualificata, un mercato ampio grazie agli accordi di libero scambio con tutti i Paesi balcanici e a quelli bilaterali con Unione Europea e Turchia», rileva Ferrucci. «Garantiamo il massimo grado d’apertura verso gli investitori esteri, il più basso costo del lavoro sostenibile, una flat tax. Non possiamo fare di più», afferma Marjan Nikolov.

Skopje dovrebbe forse puntare meno sul basso costo del personale e più su turismo e prodotti di qualità. Della potenzialità di questi settori sembra consapevole l’Azienda Speciale Aries della Camera di Commercio di Trieste. «Con il coordinamento di Eurochambres e di concerto con  le Camere nazionali macedone, greca e albanese, stiamo lavorando a un progetto europeo per promuovere gli investimenti sostenibili nel comparto agro-alimentare e nel turismo sul lago di Prespa», precisa Michele Crosatto, referente dell’iniziativa. «Vogliamo lanciare un marchio transfrontaliero e attrarre investitori e operatori turistici nell’area. La Macedonia, oltre che d’investimenti, ha bisogno anche di maggiore visibilità».

Subscribe