Mentre Teheran brucia, gli imprenditori europei sperano che la crisi si risolva al più presto. Pochi hanno voglia di parlare con la stampa. Tanti sperano forse in un cambio di regime che aprirebbe le porte a maggiori investimenti stranieri. Anche l’Italia, primo partner commerciale europeo di Teheran con 2,2 miliardi di euro di export e 3,9 di import nel 2009, fa la voce grossa contro Ahmadinejad, ma continua a fare affari con l’Iran. Eni gestisce uno dei più grandi pozzi petroliferi del Paese, la Fiat vi produce auto. Di aziende friulane e giuliane ce ne sono invece ancora poche, con l’eccezione della Danieli di Buttrio, specializzata nel fornire la tecnologia per la costruzione di mini-acciaierie. Altre hanno provato a entrare nel mercato iraniano, ma senza molto successo. «In passato abbiamo lavorato con industrie del Friuli-Venezia Giulia, ad esempio per esportare macchinari per produrre coltelli. La concorrenza cinese ha purtroppo surclassato i prezzi italiani e abbiamo dovuto interrompere l’esportazione sia dei prodotti finiti, sia delle macchine», dice Manucher Babaiyan, presidente della I.B. Market, società consulente di decine di imprese italiane che esportano nel Paese e rappresentante di Confindustria a Teheran.
L’interscambio FVG-Iran è ancora limitato: 107 milioni di euro in esportazioni nel 2008, +8,4% rispetto all’anno precedente, ma ben lontane dai 250 milioni di euro del 1999. «C’è un potenziale interesse, ma strutturalmente in regione non ci sono grandi esportatori di impianti, salvo il siderurgico», conferma il direttore dell’ufficio ICE di Trieste, Franco Passaro, quattro anni all’attivo a Teheran. «Più del 60% delle nostre esportazioni sono di impianti e macchinari industriali, non di beni di consumo e intermedi», aggiunge Passaro. È un peccato, perché all’industria italiana l’Iran offre molte opportunità. «Esiste una forte richiesta da parte delle piccole e medie imprese italiane per entrare nel mercato iraniano», afferma Babaiyan. «Una delle ragioni principali è che l’industrializzazione del Paese è stata bloccata per trent’anni, fino all’arrivo del presidente Khatami. Dal 2000, il mercato a ricominciato a correre». Babaiyan suggerisce «alluminio, magnesio e carbonato di calcio» come prodotti su cui puntare. «È un mercato interessante per l’Italia, anche perché l’Iran deve creare un’industria leggera per diversificare la produzione e occupare la gente. L’industria petrolifera non assorbe abbastanza persone, mentre ogni anno 800-900.000 giovani entrano nel mercato del lavoro e hanno difficoltà a trovare un’occupazione», conferma Passaro dell’ICE.
Chi già opera in Iran, incontra però alcuni ostacoli seri. «Negli ultimi anni, con l’arrivo di Ahmadinejad, il Paese ha ricominciato ad avere problemi di garanzie internazionali. La SACE (azienda pubblica che assicura gli investimenti delle imprese italiane all’estero, nda) aveva bloccato fino a circa tre mesi fa qualsiasi credito verso le banche iraniane per ogni operazione bancaria con imprese europee che volevano esportare il loro prodotto o investire in Iran». Un altro problema riguarda i visti. «Gli iraniani vorrebbero vedere gli impianti in funzione in Italia e spesso desiderano essere invitati nel nostro Paese proprio per questa ragione. Il Consolato italiano, come è comprensibile, concede il visto agli operatori economici iraniani dopo una complessa procedura di accertamento dei requisiti. L’ICE cerca di agevolare la procedura, facilitando il Consolato nello screening iniziale degli interessati».
Interessati che fanno parte di quella classe media emergente «che sta crescendo, investe nel Paese e compra case. Questo almeno era valido fino a pochi giorni fa…», sostiene Andrea Giusberti, presidente della INSECO. L’Iran è un mercato potenzialmente molto stimolante per chi si occupa di “made in Italy”, anche se «è ancora difficile esportare, soprattutto perché ci sono difficoltà strutturali nel vendere e pubblicizzare prodotti occidentali», afferma Passaro dell’ICE. Qualche luce però s’intravede. Alcuni generi di lusso e prodotti alimentari italiani entrano in Iran, spesso “riesportati” via Dubai. Chi è già presente in Iran e vende direttamente è Benetton, che aperto venti negozi in Iran, di cui dieci a Teheran, «una città che, in quanto a consumi, vale almeno il 50% del Paese», sottolinea Giusberti. Negozi in parte chiusi a causa delle proteste. «La chiusura è a macchia di leopardo, solo nelle zone dove le manifestazioni sono più intense», spiega Federico Sartor, portavoce del gruppo Benetton. L’interesse della multinazionale di Treviso per l’Iran appare comunque immutato. «Siamo nel Paese da cinque anni. Fa parte della tradizione pionieristica di Benetton aprire negozi in nuove aree, come Cuba e Serbia. Siamo lì per fare business, ma con la cognizione che il commercio è anche scambio di idee, fonte di dialogo. E poi è un mercato dove c’è forte interesse e apertura verso i nostri prodotti». Un mercato che, comunque vada la “Primavera” di Teheran, attirerà in futuro nuovi imprenditori. E chi già ci opera, parla in modo positivo del Paese. «Si può lavorare benissimo con gli iraniani, basta capirli. Sono gente molto preparata. Non bisogna andare in Iran pensando di essere noi i più bravi». (2/fine)
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