
BUDAPEST Circa 2mila aziende italiane operanti sul territorio, 26mila dipendenti, 2,5 miliardi di euro di fatturato. Grandi banche come Intesa SanPaolo, Unicredit, Popolare, che dominano il settore bancario. L’Ungheria è un Paese dove il sistema economico italiano ha un forte peso. La crisi e i danni d’immagine provocati dalle mosse del governo Orban stanno tuttavia avendo delle ripercussioni anche sull’interesse degli imprenditori a delocalizzarvi.
«Con la pubblicità negativa che è stata fatta al Paese, c’è un po’ di paura per quello che sta succedendo», spiega nell’ampio ufficio di Vaci utca Alessandro Farina, profondo conoscitore della realtà magiara. Vive dal ’92 a Budapest e dal ’95 è managing director di Itl Group, uno degli studi professionali più apprezzati dalle aziende del Belpaese che internazionalizzano in Ungheria. Ma la politica, per le imprese, ha un impatto comunque meno pesante delle fluttuazioni della valuta locale, sempre più altalenante nelle performance verso l’euro, ma che in alcuni casi avvantaggia chi esporta. «Per un’azienda che arrivi oggi sul territorio, la parte più difficile è poter progettare un conto economico con un fiorino in queste condizioni. Per imprese produttive che però riesportano verso l’Italia, un fiorino indebolito, ad esempio a 300 sull’euro, crea degli importanti benefici», aggiunge.
Sul futuro, Farina non è del tutto ottimista: «Non credo nelle capacità di incrementare i consumi interni, né nello sviluppo del mercato immobiliare in tempi brevi. Ritengo che il quadro che abbiamo valga verosimilmente sul medio-periodo, e mi auguro non peggiori. Spero anche ci sia un interesse da parte di operatori, concentrati su attività produttive o su nicchie particolari e identificate», chiosa.
«Non è un momento facile per l’economia del Paese. Non entro nella parte politica, non fa parte del mio essere. Il problema di base è uno: arrivare in breve a un accordo» con Eu e Fmi, «altrimenti sarà tragico», nota Fausto Di Vora, originario di Ovaro, dal ‘90 a Budapest e proprietario di due fra i più rinomati ristoranti della capitale magiara. I “Fausto’s” sfornano leccornie per il Gotha del mondo economico e della politica locale. «Poi bisogna vedere che tipo di accordo, guardiamo alla Grecia», che ha dovuto privatizzare e offrire su un piatto d’argento agli stranieri i gioielli di Stato, aggiunge.
Rimane l’isolamento politico in cui è precipitata Budapest e che non aiuta l’economia. «Gli investitori ora sono titubanti su cosa fare. Io da qui vedo le cose in maniera diversa, ma chi osserva la situazione dall’estero la può pensare diversamente», completa. Budapest comunque non è Atene: «Il problema è che bisogna rilanciare il Paese, che potrebbe puntare sull’agricoltura, che però richiede molti finanziamenti, e sul turismo, naturalmente». Un rilancio, che in patria e all’estero, il mondo imprenditoriale attende con ansia.









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