04. 12. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

I tre scenari “choc” per il collasso dell’euro

L’Eurozona è vicina al punto di non ritorno: «O si fa qualcosa o questa si sfascia», per sempre. Mentre l’Italia attende la manovra “lacrime e sangue” e tra Bruxelles, Parigi e Berlino non si ci si accorda sul progetto degli Eurobond – secondo gran parte degli analisti, l’unica via per salvare il salvabile – gli esperti delle banche stanno sfornando rapporti su rapporti «per quantificare l’incommensurabile». I virgolettati provengono da un rapporto della banca olandese Ing appena pubblicato, dal titolo esaustivo: «Il collasso dell’unione monetaria, pagare ora o pagare dopo».

IL QUADRO «Con l’Eurozona pronta a entrare in recessione, la crisi del debito sta infliggendo crescenti danni economici e politici», esordisce il rapporto. Poi, una logica premessa: «Il nostro fine non è partecipare all’ampio dibattito sull’uscita di uno o più Paesi dall’euro. Ma i crolli dei mercati finanziari e le economie in stallo hanno indubbiamente aggravato il rischio di un frattura». In più, oggi «i costi del mantenere intatta l’Eurozona sono diventati evidenti, così come lo è l’erosione dell’impegno politico per muoversi in questo senso» e l’euro «nella sua forma corrente è minacciato». Ing non fornisce quote, in stile scommessa sportiva, sulle probabilità di un prossimo collasso, ma informa esperti, clienti e investitori sull’eventuale «impatto», un passo ora fondamentale «per decidere gli investimenti» in modo consapevole e corretto. Quali sono allora gli scenari esaminati da Ing? Essenzialmente due: «l’uscita della Grecia» dalla moneta comune e un «collasso completo» nel 2012. In entrambi i casi, l’economia reale «ne sarebbe depressa» in maniera grave, i «problemi logistici e legali» del passaggio a una nuova moneta si potrarrebbero nel tempo, aumenterebbe la fuga di capitali all’estero e gli investimenti precipiterebbero.

LA NUOVA DRACMA Che Atene esca dall’euro, in modo ordinato e non con un default caotico, «è lo scenario più plausibile», conferma Ing, e le conseguenze della sua “dipartenza”, date le limitate dimensioni dell’economia greca, «sarebbero più modeste rispetto all’uscita di un Paese più forte». Malgrado la premessa, Ing prevede che l’abbandono dell’euro in Grecia causerebbe «un calo del 5% del Pil negli altri Paesi Ue», mentre tra Atene e Salonicco la nuova recessione raggiungerebbe limiti insostenibili: -10% e la “neo-dracma” si svaluterebbe dell’80% contro l’euro.

THE DAY AFTER «Abbiamo letto stime apocalittiche di altri analisti a proposito di un collasso dell’Eurozona, con un crollo del Pil europeo fino al 50%», anticipa Ing, introducendo poi i propri numeri: “solo” -15% la caduta in caso di fine dell’euro. Forse, si chiede Ing, paventare l’uscita dall’euro della Germania o l’espulsione di Paesi come la Grecia è «solo un modo per spaventare i Paesi più deboli della periferia» per indurli a riforme strutturali, ma intanto i «mercati si innervosiscono» mentre gli investitori pensano che l’Ue, al guinzaglio della Merkel, «faccia troppo poco e troppo tardi» e intanto gli spread crescono. E ormai è giunta l’ora di «pensare l’impensabile», che più Paesi – magari nel cuore dell’Eurozona, guidati dalla Germania – decidano «che l’unione monetaria ha fallito» e tornino alle loro divise nazionali.

NUMERI Il “worst case scenario” del collasso totale «avrebbe ripercussioni sull’economia globale»: -7% il Pil in Germania, -13% in Grecia, -5% nel Regno Unito, oltre il -10% in Italia, -9% a livello europeo, crescita della disoccupazione nell’Ue fino al 13-14% (oggi la media è del 10%), inflazione a doppia cifra e crollo del prezzo del petrolio. Inoltre, «con la drammatica caduta del Pil nel 2012, fino al 2014 almeno non ci sarebbe crescita in Europa. Poi ci sono i costi politici: «Enormi tensioni e guerre commerciali globali». per contrastare il deprezzamento delle nuove valute nazionali, utile all’export. In Italia, prevede Ing, la svalutazione della “nuova lira” rispetto al “nuovo marco” raggiungerebbe il 25%, in Spagna e Portogallo il 50. in Grecia l’80. Per riassumere, una crisi generalizzata e drammatica, «che farebbe sembrare minuscolo» il collasso post-Lehman Brothers nel 2008 e 2009.