
Plovdiv (foto: Emilofero)
Crollo del Pil, investitori in ritirata e un nuovo esecutivo di centrodestra al potere. È al populista Boyko Borissov, in carica da luglio, che la Bulgaria si affida per uscire dalla crisi. In precedenza sindaco di Sofia, guardia del corpo dell’autocrate comunista Zhivkov e dell’ex re e premier Simeone – che lo promuoverà a segretario agli Interni, lanciandone la carriera politica – Borissov promette lotta serrata alla corruzione e agli sprechi dell’apparato statale.
Pil in calo
Mentre Sofia attende il repulisti promesso dal premier, il Pil bulgaro non si risolleva: -6,3% nel 2009 e nessuna ripresa nel 2010, dopo «una recrudescenza della crisi quest’autunno e un miglioramento tra la prossima primavera e l’estate», secondo il ministro delle Finanze, Simeon Djankov, ex capo economista alla Banca Mondiale e superesperto di programmi anticrisi.
La recessione ha colpito Sofia per colpa del calo dell’export verso l’Europa, ma anche perché la Bulgaria «non è riuscita a creare un ambiente ideale per attirare gli investitori, un problema a lungo termine e uno dei motivi per cui il Paese è il più povero dell’Ue», spiega Georgi Angelov, autorevole economista all’Open Society Institute. «Gli investitori non si lamentano dei profitti o delle tasse – le più basse in Europa – ma dell’affidabilità del sistema giudiziario e specialmente della corruzione», aggiunge Velin Peev, economista all’Institute for Market Economics. Gli investimenti esteri registreranno un -50% nel 2009 – da 6,2 a 3 miliardi di euro – innanzitutto a causa del crollo del mattone. L’edilizia è al palo e tedeschi, scandinavi e inglesi – che avevano favorito l’esplosione della bolla immobiliare nel 2005-2007 – stanno ora svendendo le loro proprietà.
Ma oggi a Sofia il timore maggiore è il deficit di bilancio: +30% rispetto al 2008 la spesa pubblica. La colpa, secondo Borissov, è dell’ex premier socialista Stanishev. «Dopo anni di ottime politiche fiscali e di bilancio, a cavallo delle elezioni è esploso il disavanzo», spiega Angelov. «Solo a luglio, il deficit è stato di 250 milioni di euro, il più alto di sempre. Immaginate cosa può accadere se si va avanti così per mesi e mesi. Faremo bancarotta prima della fine dell’anno», conclude l’economista.
«Il primo mese di governo è però incoraggiante: tagli alle spese per 600 milioni di euro e totale sostegno popolare», aggiunge Angelov. L’esecutivo tenta di «ridurre la spesa pubblica e di migliorare la raccolta delle tasse. Non ci saranno problemi sociali perché non dovrebbero essere toccate le pensioni e perché la deflazione in atto ha fatto aumentare il potere d’acquisto dei pensionati», prevede Peev.
Rimane da vedere per quanto tempo la pace sociale sarà garantita. Le vendite al dettaglio sono crollate del 10,5% da gennaio, un segnale di sofferenza dei bilanci familiari. E anche il sistema ospedaliero è in profondo rosso: secondo il quotidiano Dnevnik, ha un buco di 200 milioni di euro, con un milione di bulgari che non riesce a pagare l’assicurazione sanitaria.
Italia in prima fila
Sul fronte dell’imprenditoria nostrana, «oltre a Sofia e Plovdiv, molte aree del Paese sono costellate di stabilimenti produttivi di società italiane e italo-bulgare», spiega Paolo Castagna, vice direttore dell’ufficio ICE di Sofia. Malgrado la crisi, «nella prima metà del 2009, abbiamo riscontrato un accresciuto interesse verso il Paese, in parte attribuibile alla ricerca di nuove prospettive di sviluppo da parte delle aziende italiane in un momento di stagnazione dei mercati», sottolinea Castagna. Ma già in passato le imprese italiane «avevano colto le occasioni che il Paese offre, come gli incentivi a favore degli investimenti e dell’attività economica, le agevolazioni in materia d’acquisto del diritto di proprietà, i sostegni finanziari per le infrastrutture e per la qualificazione professionale degli occupati e un’imposta sulle società al 10%, azzerata – a determinate condizioni – nelle regioni ad alto tasso di disoccupazione», puntualizza Castagna.
La Bulgaria offre anche una «manodopera ai prezzi più bassi dell’area, un fattore che in passato ha favorito una forte delocalizzazione», aggiunge Roberto Corciulo, presidente di IC&Partners – consorzio di studi professionali che aiutano le imprese a internazionalizzarsi verso l’Est. Ma non è solo il taglio dei costi ad attrarre gli imprenditori. Negli ultimi anni, afferma Corciulo, «si sono sviluppate delle attività importanti sul territorio, sia di servizi – come Amga e Acegas – sia di produzione, come la Rigoni di Asiago, che ha fondato la sua rinascita proprio in Bulgaria dopo il crollo del Muro e oggi controlla e coltiva 300 ettari di terreni biologici». Per il futuro, Corciulo suggerisce a chi vuole investire nel Paese «di ragionare sulle proprie finalità. Se un’azienda ha problemi a trovare personale in Italia, la Bulgaria può offrire ancora delle buone opportunità, soprattutto fuori Sofia, dove lo stipendio è sui 120-150 euro al mese. Ma la manodopera specializzata è rara e i costi non sono più competitivi rispetto ad esempio alla Cina, anche nel settore meccanico, quello forse al momento più interessante».
Chi invece già opera in Bulgaria «ha certamente risentito della drastica riduzione della domanda nell’Europa Occidentale. L’impatto maggiore si è avuto nell’industria, mentre chi ha investito nei servizi ha tenuto, se non incrementato il giro d’affari», spiega Massimo Bartocci, presidente del Comitato Consultivo dell’Imprenditoria Italiana in Bulgaria (CCIIB), oltre 200 associati attivi e osservatorio privilegiato sull’economia bulgara. Sul futuro, Bartocci è ottimista. La Bulgaria è «un Paese sano, ha adeguati fondamentali economici, un sistema bancario solido ed è un ponte verso l’intera regione balcanica. La crisi potrebbe perfino avere un aspetto positivo, consentendo alla Bulgaria di maturare ed elaborare nuove strategie di crescita».
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