SARAJEVO Produzione in stallo, aumento della disoccupazione, ma soprattutto tensioni sociali e velate minacce all’integrità territoriale di una fragile democrazia balcanica. A quattordici anni dalla fine della guerra, la crisi economica sta riportando in luce i nervi scoperti della Bosnia-Erzegovina.
Un’economia allo sbando
Alla fine del 2008, il crollo dei prezzi delle materie prime ha messo in ginocchio l’economia bosniaca, basata soprattutto sull’export di legname, metalli e derivati. Il resto lo ha fatto il calo della domanda in Serbia, Croazia e Germania, i partner commerciali storici di Sarajevo. La produzione industriale e le esportazioni sono in caduta libera. Le stime parlano di un PIL al -1% nel 2009, un crollo di nove punti rispetto al 2008.
Perfino la seconda colonna portante dell’economia, le rimesse degli emigranti, risente della recessione. Oltre il 15% dei bosniaci vive all’estero e ogni anno spedisce a casa 2,6 miliardi di euro, il 23% del PIL. Molti emigranti stanno però perdendo il lavoro. “È un problema serio, le rimesse sono una specie d’ammortizzatore sociale per le famiglie bosniache”, spiega Marco Mantovanelli, capo missione della Banca Mondiale a Sarajevo. Senza le rimesse, molti dovranno arrangiarsi. I più fortunati incasseranno i 130 euro del magro sussidio di disoccupazione. Gli altri calcheranno le orme dei tanti nuovi poveri che negli ultimi mesi si sono rivolti alle associazioni di volontariato per un pasto caldo.
Un esercito di disoccupati
Trentamila bosniaci hanno perso il lavoro da gennaio. Già prima della crisi, la Bosnia aveva un tasso ufficiale di disoccupazione enorme, vicino al 40%. “Il numero reale si aggira intorno al 20%, moltissimi lavorano nell’economia sommersa”, puntualizza Boris Tihi, professore all’università di Sarajevo e consigliere economico della presidenza bosniaca. Le imprese che lavorano in nero non pagano tasse e contributi e le entrate statali ne risentono.
Per far fronte al deficit di bilancio, la Bosnia ha deciso di congelare le nuove assunzioni, cancellare gli investimenti previsti per il 2009 e ridurre ulteriormente gli ammortizzatori sociali. Forse non basterà. Il Fondo Monetario Internazionale lavora da settimane alla concessione di un prestito di 800 milioni di euro per aiutare Sarajevo a coprire il buco di 400 milioni di euro nel bilancio statale. “Il turismo è in calo e le nostre industrie hanno difficoltà ad esportare”, spiega Tihi, “il prestito è l’unico modo che abbiamo per superare questa crisi”.
A sorpresa, l’unica nota positiva viene dagli istituti di credito. “In Bosnia non c’è stata una crisi bancaria come in altri Paesi dell’Europa orientale”, afferma Mantovanelli, “le banche straniere hanno tenuto un atteggiamento molto prudente nel prestito e questo ha ridotto i rischi”. Troppo poco per essere ottimisti. Se le banche reggono, ma l’economia reale non si risolleva, un Paese ha poche possibilità di uscire indenne dalla crisi.
Bosnia-Erzegovina, un “non Stato”
In Bosnia manca soprattutto una strategia condivisa per affrontare la recessione. Lo Stato è diviso in «feudi» serbi, croati e musulmani e manca perfino uno spazio economico comune. Chi paga le tasse a Sarajevo, difficilmente otterrà una pensione a Banja Luka, la capitale dei serbo-bosniaci. “La Bosnia non è ancora uno Stato unitario, non c’è voglia di vivere assieme”, sostiene Giorgio Blais, capo dell’ufficio di Banja Luka dell’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa.
Invece che preoccuparsi della crisi, si preferisce fomentare antichi rancori. Haris Silajdzic, il membro musulmano della presidenza della repubblica, chiede l’abolizione della Republika Srspka perché “creata attraverso un genocidio”. Il serbo-bosniaco Milorad Dodik risponde minacciando la secessione dei serbi di Bosnia. I croati premono per la creazione di una propria entità statale autonoma.
Tutto questo mentre un 40% della popolazione rischia di finire in povertà durante la recessione e girano voci di un riarmo in corso da parte dei vari gruppi etnici. “Qui nessuno ha voglia di fare la guerra”, controbatte Blais, “ma molta gente tiene armi in casa solo perché non ha fiducia nel futuro. Non si sa mai cosa può accadere, un giorno”.
Un Paese “low-cost”
Nel futuro confidano le aziende straniere che hanno delocalizzato in Bosnia. “Il basso costo della manodopera e la possibilità di trovare persone che vogliono fare i lavori che gli italiani rifiutano – meccanici, carpentieri, falegnami – attirano in Bosnia molti imprenditori, soprattutto del Triveneto”, afferma Roberto Corciulo, presidente della IC&Partners Group di Udine, un’agenzia che fa consulenza alle imprese che si spostano verso nuovi mercati.
“Gli operai bosniaci hanno un grado di preparazione paragonabile a quello dei Paesi più industrializzati e la Bosnia è un Paese low-cost”, conferma Massimo Roseano, direttore generale del gruppo siderurgico friulano Fimsi S.p.a. “La sinergia Italia-Bosnia ci ha permesso di rimanere competitivi, di fronteggiare la crisi e di dar lavoro sia alla manodopera italiana, sia a quella bosniaca”.
La Bosnia è un mercato importante anche per i prodotti italiani. “Le esportazioni italiane sono aumentate del 21%”, afferma il direttore dell’Istituto per il Commercio Estero a Sarajevo, Massimo Di Giandomenico. “Il made in Italy va molto di moda presso la classe media emergente nel Paese”. Resta da vedere se la giovane borghesia bosniaca sopravvivrà alla recessione. “Mi auguro che la crisi passi presto”, auspica il professor Tihi, “ma con i problemi politici che abbiamo l’unica cosa che ci rimane è la speranza”.


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