17. 01. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Benetton alla conquista della Serbia

BELGRADO Non si ferma il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane in Serbia. Dopo i giganti Fiat, Magneti Marelli e Golden Lady, anche il Gruppo Benetton punta sui Balcani. Il colosso italiano è vicinissimo all’acquisizione della storica fabbrica tessile «Niteks», fondata nel 1897 nella città meridionale serba di Nis. Benetton ha assicurato a Il Piccolo che il progetto – definito «l’affare del decennio» da parte della stampa serba – è concreto.

«Confermiamo che ci sono contatti avanzati per questa operazione, ma ancora nulla è stato finalizzato. La speranza è che l’investimento possa andare in porto tra gennaio e febbraio», afferma Federico Sartor, direttore della comunicazione di Benetton. La produzione in Serbia dovrebbe aggiungersi alla «già esistente struttura produttiva presente in Europa orientale, Tunisia e India». La scelta balcanica è stata dettata dalla «stabilità ed efficienza della Serbia, dalle agevolazioni non solo fiscali e dagli accordi per le esportazioni senza dazi con Ue e Russia. In più, il Paese è molto vicino all’Italia».

Non si sa ancora con precisione cosa sarà prodotto a Nis, ma intanto alla Niteks, a tre ore di auto da Belgrado, gli operai attendono buone nuove. La ditta ha vissuto anni di profonda crisi. Dopo una fallimentare privatizzazione, le 600 tute blu e colletti bianchi della fabbrica sono stati costretti alla cassaintegrazione in attesa di tempi migliori e investitori più affidabili. Per ora sopravvivono con meno di 100 euro al mese.

L’interesse italiano è stato indubbiamente stimolato dalle attenzioni che gli investitori stranieri ricevono a Belgrado: «Costi produttivi e di manodopera inferiori rispetto all’Ue, gli incentivi che il governo centrale e le singole municipalità concedono alle aziende straniere, la possibilità di sfruttare accordi commerciali di libero scambio, il più importante dei quali con la Russia», illustra Pietro Vacchiano, segretario generale della Camera di commercio italo-serba. «La Serbia ha bisogno di investimenti stranieri e tutte le procedure sono velocizzate nonostante la burocrazia non sia ancora in piena sintonia con l’attività dell’aziende», aggiunge Vacchiano. Ci sono tuttavia anche lati negativi: «abbondanza di operai, spesso molto specializzati, ma pochi dirigenti serbi e poi la legislazione, nata in un sistema economico diverso, che ha ancora bisogno di riforme».

La Serbia offre sovvenzioni governative per infrastrutture e urbanizzazione e per ogni posto di lavoro creato dagli investitori stranieri. Anche nel caso della Niteks, Belgrado dovrebbe contribuire con una somma dai 4.000 ai 10.000 euro per lavoratore, sufficiente a coprire i contributi di un operaio per almeno 18 mesi. Insomma, ponti d’oro per gli stranieri in tempo di crisi. Stranieri che arrivano in un Paese dove la recessione ha colpito duro (-4% il Pil nel 2009, leggera crescita nel 2010), con una disoccupazione al 20% e che ha dovuto rivolgersi all’Fmi (2,9 miliardi di euro il prestito stand-by) per evitare problemi più seri nella nuova Eldorado delle imprese italiane.

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