LUBIANA Severa contrazione economica per colpa della recessione globale e delle avverse condizioni meteo. Sono queste le cause della crisi economica in Slovenia secondo il ministro delle Finanze, Franc Krizanic. «Il maltempo dello scorso inverno ha avuto un forte impatto negativo sul settore delle costruzioni», ha dichiarato Krizanic alla stampa, rifiutando però di confermare un calo del PIL maggiore del -4% previsto dall’Ufficio statistico nazionale per il 2009.
Sarà recessione
Ancora a marzo la Slovenia veniva descritta dagli economisti come un’isola felice nella tempesta della crisi che ha investito l’Europa orientale. «Non si può mettere tutti sullo stesso piano e paragonare la grave situazione dell’Ungheria a quella di Slovenia e Slovacchia», aveva puntualizzato il cancelliere tedesco Merkel.
Sembrano tempi remoti. Il Pil sloveno scenderà di almeno il 4% nel 2009, la disoccupazione è in forte aumento e la produzione industriale è crollata del 20% nei primi mesi dell’anno. «Sono piuttosto pessimista, a fine anno registreremo almeno un -5% di Pil», dichiara Maks Tajnikar, professore d’economia all’università di Lubiana. «Il Paese quest’anno entrerà in recessione», gli fa eco il collega Vlado Dimovski.
Difficile che ci sia solo il maltempo dietro alla profonda crisi della piccola “tigre economica” nata dalle ceneri della ex Jugoslavia. I punti di forza del sistema produttivo di Lubiana si sono trasformati nei suoi punti deboli. Le esportazioni – che contribuiscono ai due terzi del Pil – sono crollate di circa il 25%. Il flusso di importazioni di capitali dall’estero, che ha finanziato per anni la crescita, si è a sua volta prosciugato a causa del terremoto che ha squassato i mercati finanziari.
È l’export tuttavia la ragione principale della battuta d’arresto slovena. «I comparti più colpiti sono quello automobilistico e degli elettrodomestici, la parte più rilevante del nostro settore manifatturiero», conferma il professor Dimovski. La domanda interna non basta a far lavorare le fabbriche. «Il mercato domestico ha un’incidenza insignificante. Una sola settimana di produzione all’anno della Gorenje, la nostra più grande azienda di elettrodomestici, basta a coprire il fabbisogno della Slovenia», conclude Dimovski. «Molte aziende, come quelle che forniscono componentistica per automobili, sono in crisi e hanno avuto un calo della produzione anche del 20%», conferma Nenad Filipovic della prestigiosa School of Management di Bled. Il timore maggiore di Lubiana è che la crisi sia più lunga del previsto. «Se così fosse, mi aspetto un’ondata di fallimenti per problemi di liquidità e per la crisi di domanda. Ci sarà un sensibile incremento della disoccupazione e del numero di aziende costrette alla bancarotta, innanzitutto quelle di elettrodomestici ed edili», avverte Dimovski.
Ricerca e nuove tecnologie
Con la crisi che colpisce i gangli vitali dell’economia slovena, non stupisce che il tasso di disoccupazione stia salendo. «A fine anno avremo 110.000 disoccupati», anticipa Maks Tajnikar. «Non mi aspetto tensioni sociali, ma i politici avranno problemi. Un cittadino infelice è un elettore che non vota a tuo favore», prevede Filipovic. L’impressione è che l’opinione pubblica slovena sia al momento ancora concentrata più sulla disputa confinaria con la Croazia che sulla crisi. «Le cose stanno però cambiando. La gente è sempre più preoccupata per il futuro del Paese», sostiene il professor Dimovski.
Le misure del governo sloveno per contrastare la crisi appaiono a molti analisti come insufficienti e tardive. A parte le garanzie statali di 12 miliardi di euro alle banche, Lubiana ha limitato il numero di permessi di lavoro agli immigrati stranieri e incentivato alcune aziende ad accorciare l’orario di lavoro. «Ridurre i permessi di lavoro è controproducente», spiega Nenad Filipovic, «potrebbe venire a mancare la manodopera nell’agricoltura e nelle costruzioni». Secondo Filipovic, il governo dovrebbe invece incentivare la competitività delle aziende. «Molte imprese slovene stanno investendo in ricerca, nuove tecnologie e prodotti innovativi», spiega Filipovic, «gli imprenditori si ricordano le crisi del passato. Chi non punta sulla competitività non sopravvive alla recessione».
Il successo del made in Italy
Anche l’interscambio commerciale con l’Italia ha subito una battuta d’arresto a partire dalla fine del 2008, il periodo in cui si sono intraviste le prime crepe nel sistema economico sloveno. «L’impatto della crisi è stato forte, ma è arrivato con un po’ di ritardo rispetto al resto d’Europa», afferma il direttore dell’ICE a Lubiana, Florindo Blandolino. «Anche le nostre esportazioni ne hanno risentito. Siamo passati da una crescita del 16% a ottobre 2008 a una del 5,6% alla fine dell’anno. Perdiamo comunque meno di austriaci e tedeschi».
La Slovenia offre ancora possibilità di buoni investimenti agli imprenditori italiani, soprattutto nel settore commerciale. «Il Paese è molto interessante, specie per le imprese italiane della grande e piccola distribuzione e dei servizi, settori che in Slovenia devono ancora svilupparsi notevolmente», sottolinea Blandolino. «Certi prodotti italiani si vendono molto bene», conferma Enrico Lamberti, rappresentante a Lubiana del gruppo Pasut, specializzato nella consulenza alle imprese italiane. «Tirano molto i capi di abbigliamento made in Italy, le macchine automatiche per il caffé, gli aspirapolvere, tutte cose che in Slovenia hanno mercato, a differenza dell’Italia. Gli sloveni continuano ad aver voglia di spendere, anche oltre le proprie possibilità». Rimane da vedere per quanto. Se la recessione sarà profonda come si teme, per Lubiana si prospetta un lungo periodo d’austerità.
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