16. 11. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Un ricorso congiunto contro la Corte Ue

Slovenia e Serbia si alleano contro la Corte europea dei diritti dell’uomo. Corte che, il 6 novembre, aveva condannato Lubiana e Belgrado a «prendere tutte le misure necessarie» per risarcire Emina Alisic, Aziz Sadzak e Sakib Sahdanovic, tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra in Jugoslavia nella filiale di Sarajevo della “Ljubljanska Banka” e in quella di Tuzla della serba “Investbanka”.

La Slovenia aveva prontamente annunciato che avrebbe impugnato la storica sentenza del tribunale di Strasburgo. E Belgrado darà man forte, dopo aver manifestato l’intenzione di presentare un ricorso comune con Lubiana. La decisione è stata comunicata dal ministro delle Finanze e dell’Economia serbo, Mladjan Dinkic, a margine del vertice di mercoledì a Lubiana tra il premier serbo Ivica Dacic e l’omologo sloveno, Janez Jansa. I due primi ministri «si sono impegnati a presentare un ricorso congiunto» contro l’obbligo di restituzione delle somme in valuta straniera depositate nei “vecchi” conti dei tre richiedenti, ha affermato Dinkic, riporta l’agenzia di stampa “Tanjug”. La questione, secondo Belgrado, dovrebbe essere affrontata «nell’ambito del processo di successione» della Jugoslavia, che imporrebbe il «principio territoriale» nel rimborso di quelle somme accantonate. Inoltre, ha aggiunto Dinkic, «le proprietà delle banche serbe» sul territorio delle «ex repubbliche jugoslave non sono mai state restituite e per questo riteniamo ingiustificata la sentenza della Corte europea». Secondo quanto poi illustrato dal ministro serbo, Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il meeting tra Dacic e Jansa.

La Corte di Strasburgo, nel suo verdetto, aveva condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4mila euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla «sentenza-pilota» si trovano circa 8mila persone.

Pubblicato su Il Piccolo

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