13. 02. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Tutto pronto in Kosovo per il referendum serbo

BELGRADO La neve caduta copiosa e il gelo che non dà tregua – soprattutto se manca la corrente ogni due ore – non hanno fermato i serbi del Nord del Kosovo. Tutto è pronto, tra Mitrovica e Leposavic, tra Zvecan e Zubin Potok, per l’atteso e contestato referendum del 14 e 15 febbraio. Alle urne, i serbi “ribelli” voteranno l’accettazione o il rifiuto dell’autorità del governo kosovaro sul Nord. Esito scontato, si prevedono percentuali “bulgare” di no per dire che i serbi non acconsentiranno mai a sentirsi parte del Kosovo indipendente. A Belgrado, il governo serbo pro-Europa continua a sperare in un cambiamento di rotta in extremis: il voto potrebbe compromettere le chance di ricevere lo status di Paese candidato all’ingresso della Serbia nell’Ue, a marzo. E «la nostra credibilità e capacità di negoziare con la comunità internazionale», ha aggiunto il ministro per il Kosovo e Metohija, Goran Bogdanovic. «Conosciamo l’esito del voto, perché siamo tutti contro le istituzioni del Kosovo. Perché allora andare al referendum, se non per fini politici interni?», si è chiesto il ministro. I serbi del Kosovo però non arretrano. Anche questa è democrazia, dicono giustamente, e sostengono che la spesa per le 40mila schede – di cui 1.300 in lingua albanese, per la minoranza nella minoranza che vive nel Nord – non raggiungerà i mille euro. «Per tutti noi il referendum è una difesa», arringa, nello spot che invita i serbi a votare, Marko Jaksic, vicepresidente dell’unione delle municipalità del Nord. «Dite no alle istituzioni albanesi e allo Stato fantoccio del Kosovo», gli fa eco Milan Ivanovic, presidente del Consiglio nazionale serbo. «Vogliamo vivere tra noi nel nostro territorio, nella nostra Serbia», auspica il leader dei progressisti (Sns), Bojan Jakovljevic. «Fermiamo l’albanizzazione del Kosovo e Metohija», esorta un altro.

Non è democrazia, sono provocazioni inutili che potrebbero riacutizzare la tensione con gli albanesi e portare a seri conflitti, avverte invece la Nato, in perfetta sintonia con Belgrado. «Prevedo un 98 per cento di no», ha spiegato il comandante della Kfor, Erhard Drews, in una intervista al settimanale tedesco “Focus”. «Se i nazionalisti albanesi si sentissero provocati dal voto, si potrebbe arrivare anche a scontri con la minoranza serba» nel resto del Kosovo, leggi le enclave, isolate dal Nord e meno difendibili da parte dei serbi che lì vivono. Una prospettiva «che va evitata in ogni modo», ha aggiunto il generale tedesco. Che ha poi puntato il dito contro i serbi “ribelli”. Le cause della tensione nel Nord «sono non solo politiche, ma anche criminali». C’è resistenza tra la popolazione a ogni compromesso tra Belgrado e Pristina – ha concluso Drews – e al controllo da parte di polizia europea e kosovara delle frontiere, per paura di perdere le fonti di guadagno: i proventi del contrabbando e i fondi che arrivano da Belgrado.

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