
BELGRADO Storica visita di Boris Tadic ieri a Sarajevo. Per la prima volta, il presidente serbo ha messo piede, da capo di Stato, nella capitale bosniaca. Nella sua città natale, Tadic è arrivato a 16 anni dalla fine della guerra per rafforzare «le relazioni amichevoli tra Paesi con fisiologici legami culturali, economici e infrastrutturali e per raggiungere una piena cooperazione» tra i due Stati. Dopo l’incontro con i membri della presidenza tripartita bosniaca, Tadic ha assicurato che Belgrado guarda avanti.
«Le ferite del passato non sono rimarginate, ma vogliamo risolvere i problemi che ancora ci dividono», ha promesso. E la Serbia, parola di Tadic, «difende l’integrità territoriale di ogni nazione ed è contraria alla spartizione della Bosnia». Un duro colpo, quest’ultimo, alle velleità secessionistiche della Republika Srpska di Milorad Dodik. Tadic ha ribadito anche l’intenzione di consegnare alla giustizia, dopo Mladic, tutti quelli che «si sono macchiati di crimini di guerra». E ha infine aggiunto di sentirsi fiero di essere chiamato “traditore” dai nazionalisti, siano essi ultrà o intellettuali, che «celebrano il massacro di Srebrenica». Nei Balcani la visita è stata definita storica dai media ed è un altro passo avanti verso la riconciliazione nella regione dopo la coraggiosa partecipazione di Tadic, l’anno scorso, alle celebrazioni del 15/mo anniversario dell’eccidio.
«Vista la stagnazione delle relazioni politiche negli ultimi 4-5 anni, ristabilire le relazioni diplomatiche a questo livello è un segno di progresso. Ma spero che i risultati non siano solo simbolici e che contribuiscano a risolvere le questioni aperte tra i due Stati: confini, proprietà, accordo sulla successione, tutti temi non superati a causa della mancata risposta da parte della Serbia alle bozze d’accordo spedite a Belgrado anni fa», spiega però da Sarajevo Denisa Sarajlic, direttrice del think-tank Foreign Policy Initiative. «Contemporaneamente, la Serbia ha costruito relazioni parallele con la Republika Srpska, sia di fatto, sia simboliche. Un esempio? Il progetto della centrale elettrica sulla Drina, con investimenti italiani e tedeschi. Il tutto senza l’ok delle autorità centrali della Bosnia», puntualizza Sarajlic. Forse la visita di ieri è però il segno di un preciso cambio di rotta. «I messaggi di riconciliazione di Tadic sono stati importanti, ma irrilevanti nel processo di comprensione del passato. Le motivazioni politiche dietro i procedimenti contro cittadini bosniaci che il Tpi aveva già scagionato, come Jovan Divjak, dimostrano che i messaggi pubblici sono spesso solo retorici. E questa visita sa più di comunicazione per Bruxelles che per la Bosnia», rincara Sarajlic.
Tadic un segno concreto per il futuro l’ha tuttavia dato, smarcandosi ieri dalle politiche secessionistiche di Dodik. «La Serbia non interferirà negli affari interni del Paese e non varcherà la linea rossa determinata dagli accordi di Dayton», ha garantito. «Queste dichiarazioni dovranno essere confermate sul campo. Il messaggio che il presidente serbo deve mandare a Dodik è che il futuro di entrambi i Paesi è nell’Ue. La Bosnia, finora, ha fatto pochi progressi nel percorso d’integrazione Ue, in gran parte a causa dell’ostruzionismo di Banja Luka», conclude Sarajlic. Una Banja Luka che, dopo la visita di ieri, è un po’ più isolata e fa meno paura.









Comments