19. 02. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

Sarajevo torna in letargo ma la rivolta è in agguato

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Il sette febbraio, venerdì, la rivolta sembrava fuori controllo, la “primavera bosniaca” pareva sbocciata. Palazzi del potere in fiamme a Sarajevo, masse agguerrite in piazza dopo vent’anni di silenzio contro corruzione, povertà e malaffare. Poi, un lento riflusso con numeri sempre più ridotti di manifestanti in piazza nella Sarajevo e nella Tuzla della “rivolta sociale”. Rivolta nata da un humus composto di depressione economica, timida crescita senza aumento di posti di lavoro, giovani senza speranza in un futuro decoroso, politica percepita come un corpo estraneo.

Ma a che punto è veramente il “bunt”, la sollevazione in una Bosnia che l’Economist Intelligence Unit (Eiu) già mesi aveva fa piazzato tra i Paesi «ad alto rischio» di tensioni sociali nel 2014? E il paventato effetto domino nei Paesi vicini? Si è già tutto esaurito? La rivolta non è morta, al contrario, assicura al telefono da Sarajevo Igor Stiks, ricercatore all’università di Edimburgo, scrittore e autore di un articolo pubblicato lunedì su “The Guardian”. Articolo in cui la Bosnia viene paragonata a una Ue in miniatura, un Paese «sottoposto a impoverimento economico, devastazione sociale, cecità politica», in cui una popolazione «esausta dall’austerità» si è ribellata. «Al momento non c’è tanta energia nelle strade, ma essa si è spostata nei plenum», dove migliaia di persone si stanno organizzando e «formulano richieste concrete» in forme genuine di «democrazia diretta», continua Stiks. Dopo l’«anarchia distruttiva», ora si può parlare di «anarchia costruttiva», aggiunge. E «difficile è prevedere cosa accadrà» nel prossimo futuro. «La pressione sta montando verso le élite politiche, che aspettano che la protesta passi, ma ciò non accade». Non accade perché «qualcosa è veramente cambiato in questo Paese». Cambiato perché la politica non è più monopolio «della comunità internazionale e dei partiti politici», qualcosa di nuovo sta nascendo in quelle «assemblee popolari auto-organizzate». Un momento che, forse, precede un cambiamento epocale.

Ciò che è certo, fa eco a Stiks lo psicologo sociale Srdjan Puhalo, è che la violenza e i palazzi in fiamme sono «dietro di noi», ma anche che «dalla protesta non è emerso qualcuno che possiamo chiamare leader o qualcuno capace di «offrire un’alternativa». E «l’entusiasmo piano piano scema e la gente in piazza è sempre di meno». Dall’altra, i «politici non hanno corretto la loro immagine agli occhi della gente, non l’hanno convinta che miglioreranno», e quindi tutto può accadere. Oggi «l’uomo comune è confuso, per questo c’è meno gente in strada». «Ma ciò non significa che un giorno non ci si possa aspettare di vedere una grande massa di persone uscire di nuovo a manifestare», una nuova sollevazione popolare. E comunque il “bunt” ha già dato qualche risultato importante, oltre a qualche lettera di dimissioni e a qualche promessa ancora non mantenuta. «La gente», aggiunge l’analista, «ha visto quanto è forte quando si unisce», quando fa gruppo e ha lanciato un «messaggio potente su cosa vuole».

Vuole una società più giusta, meno corruzione e povertà, più lavoro. Desideri condivisi anche dagli “indignados” di Podgorica, scesi in piazza sabato in un breve e furioso scoppio di rabbia di strada. Poi, il silenzio. Un silenzio pesante, che fa riflettere. Come fa riflettere il suggerimento arrivato da fonti ben informate in Montenegro, che prospetta l’ipotesi di una protesta organizzata a tavolino da partiti di opposizione, camuffata da rivolta sociale, una sorta di cattivo “copycat” delle manifestazioni bosniache, con il preciso intento di delegittimare il governo. E silenzio c’è, per ora, anche in Romania e Bulgaria (entrambe “high risk” secondo l’Eiu). E una calma relativa si registra pure in Serbia (rischio medio, come Ungheria e Slovenia), dove la piazza si è espressa specialmente contro la violenza di strada e la malagiustizia. Non in Macedonia (alto rischio), dove ieri ci sono state proteste di lavoratori licenziati da fabbriche finite in bancarotta e arresti, proprio come a Tuzla. E forse non a Zagabria (rischio alto), dove giovedì scorso in piazza hanno dimostrato pacificamente alcune centinaia di giovani, «in segno di solidarietà verso i cittadini della Bosnia-Erzegovina» di tutte le etnie, perché «volevamo dire pubblicamente che la situazione in Croazia non è migliore» di quella oltreconfine, tra economia in crisi e partitocrazia, ricorda da Zagabria il filosofo e attivista croato Hrvoje Juric. Proteste che andranno avanti? «Difficile immaginarne di simili domani o nelle prossime settimane», la risposta. Ma sulla spinta delle prossime azioni di lotta dei sindacati, non solo croati, la «discussione pubblica» su crisi, rappresentanza politica e stato di salute della Croazia europea e delle democrazie balcaniche di certo non finirà.

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