10. 02. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

Sarajevo resta in piazza «I ladri si dimettano»

presidenza

SARAJEVO Tutto tranquillo, a Sarajevo, nessun incidente, ma rabbia che continua a covare. Anche ieri la capitale bosniaca ha visto i suoi cittadini scendere in piazza, pacificamente – così come, sempre ieri, è stato a Tuzla e Bihac – da mezzogiorno in avanti. Prima una cinquantina, poi di più, col passare del tempo, tanti i giovani, tante le famiglie, gli studenti. Verso l’una, i primi slogan, ormai familiari. «Ostavke», dimissioni. E poi «lopovi, lopovi», ladri, ladri. Subito dopo, ancora richieste alle élite politiche al potere. Dovete ridurre la spesa pubblica, abolire quanto primo i cantoni, percepiti come inutili e solo fonte di sprechi, far sedere sulle poltrone che contano persone in gamba, che abbiano studiato e che non siano legate ai partiti. E poi indagare sulle privatizzazioni che hanno distrutto decine di aziende statali e gettato sul lastrico gli operai e le loro famiglie.

Nel pomeriggio, quando secondo alcune stime – e malgrado la pioggia – almeno un migliaio di sarajevesi era in piazza, la stima del locale portale Klix, la richiesta più sentita, al momento. «Pustite nam djecu», liberate i nostri ragazzi arrestati dopo i gravi scontri di venerdì. Slogan ripetuto con maggior forza, «i ragazzi fuori, i ladri in galera», nel pomeriggio, prima davanti al commissariato di polizia nel centro città e poi davanti al tribunale cantonale, dove c’è stata tensione quando hanno fatto la loro comparsa decine di agenti in tenuta antisommossa, ha raccontato al Piccolo un fotografo della Reuters presente sulla scena. Tensione poi allentata quando i poliziotti si sono tolti i caschi. E risalita alle stelle quando è stato rilasciato il sedicenne Harun Cehajic, che ha accusato la polizia di averlo maltrattato e picchiato in carcere.

E nervosismo ai massimi dopo le 18 di sera, al blocco stradale dell’incrocio tra la centralissima Alipasina ulica e la Titova, a un passo dai palazzi bruciati, dove da almeno due ore, dopo aver fatto tappa davanti al Parlamento, si erano raccolti almeno 2-300 manifestanti. Fra questi, ben visibili, alcune decine di “hooligan”, che hanno cercato, riuscendovi, di monopolizzare l’attenzione. «Rilasciate i nostri amici e tutto andrà bene», l’urlo di un giovane massiccio, cresta bionda, ertosi a leader del non significativo ma pericoloso assembramento. Le urla attirano l’attenzione della polizia, che blocca per precauzione il viale Hamze Hume. I giovanissimi più arrabbiati – «mi prudono le mani», dice uno – la provocano, si avvicinano, urlano «vigliacchi» ai poliziotti. «Vratite se ovamo», tornate qui, arriva l’ordine dalle retrovie. E le avanguardie, alcuni con passamontagna e fazzoletti sul viso, ritornano sui loro passi, mentre la polizia non reagisce. Il teatrino dura un po’. Poi, il lancio di una molotov. Gli agenti, dopo cinque minuti, capiscono che è meglio abbozzare e si ritirano. Applausi dalla folla, inizia a piovere e si smobilita. Subito dopo, la notizia. Tutti gli arrestati sono stati rilasciati, per oggi è finita. Finita bene.

Un annuncio che sa molto di mano tesa, un tentativo di allentare la tensione. Tensione che invece ha contributo ad innalzare l’Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, il diplomatico austriaco Valentin Inzko. Inzko che, parlando con il viennese “Kurier” con piglio da vero governatore di una colonia, ha messo sul tavolo ieri la possibilità di inviare in Bosnia nuove truppe europee a rinforzare il contingente – oggi 600 uomini – della missione Eufor. Certo, «non adesso», ma se ci fosse «un’escalation» e un ritorno della violenza, allora Bruxelles prenderebbe in considerazione l’ipotesi di spedire militari a Sarajevo, Tuzla e oltre. Ipotesi non balzana, dato che siamo di fronte alla «peggior situazione» in Bosnia dai tempi della guerra. Bosnia, dove bisogna prendere ormai in considerazione addirittura l’opzione di “superare” gli accordi di pace di Dayton. Accordi «ben riusciti per raggiungere la pace», ma che hanno creato un sistema costituzionale «troppo complicato, inefficace ed eccessivamente costoso», l’arringa di Inzko. Ma questo i bosniaci lo sapevano da anni.

La protesta di Sarajevo, Tuzla, Mostar e Zenica viene osservata con sempre più attenzione, mista a desiderio di ripercorrerne i passi, in altre parti dei Balcani. Domani alle cinque di pomeriggio, davanti all’ambasciata bosniaca di Lubiana, si terrò una manifestazione a sostegno della lotta degli “arrabbiati” bosniaci. Stesso programma in quel di Belgrado, è stato annunciato ieri attraverso il gruppo Facebook “Sostegno alla protesta del popolo di Tuzla” e alla battaglia della gente della città per combattere contro «i problemi sociali ed economici, distanziandosi dagli scontri religiosi o etnici». Belgrado dove ieri, al contrario, ha gettato benzina sul fuoco l’“uomo forte” della Republika Srpska, Dodik. La Bosnia? «Come è finita la grande Jugoslavia, finirà quella piccola», la previsione-minaccia del presidente serbo-bosniaco. Non sembra pensarla così il vicepremier Vucic, che ha auspicato che tutte le difficoltà in Bosnia vengano risolte in modo democratico.

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