13. 03. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Riesplode in Macedonia la violenza interetnica

Proteste a Gostivar

BELGRADO Non si fermano le violenze, crescono i timori che il Paese possa sperimentare una bollente primavera. La Macedonia sta vivendo giorni da incubo a causa della recrudescenza delle violenze interetniche tra la maggioranza macedone (il 60% della popolazione) e la minoranza albanese (25%). Tutto è iniziato con l’uccisione di due ragazzi albanesi ad opera di un poliziotto macedone, 10 giorni fa, a Gostivar. Nessuna motivazione etnica, avevano giurato le autorità. Ma la minoranza albanese non aveva creduto alle teorie ufficiali. In piazza, erano scesi in 5mila a protestare contro «le politiche nazionalistiche del governo», parola del sindaco della cittadina.

Dopo qualche giorno, l’escalation con aggressioni in tutto il Paese. A colpire, gruppi di albanesi, spesso giovanissimi, che in qualche caso hanno incontrato la resistenza di coetanei macedoni. Le armi, mazze da baseball e sbarre di ferro. I feriti – finora una ventina -, alcuni ragazzi macedoni, ma anche un anziano 66enne, e perfino i passeggeri di alcuni autobus della capitale. Anche a Tetovo, città del nord a maggioranza albanese, si sono registrati incidenti. Secondo la polizia, gli assalitori in questo caso erano tutti «ben conosciuti alle forze dell’ordine», membri di una formazione ultrà di estrema destra, che inneggia ai collaborazionisti albanesi del Balli Kombetar, alleati dei fascisti in Kosovo durante la Seconda guerra mondiale.

Durante il week-end, segno del clima cupo che incombe sul Paese, le autorità hanno deciso di usare il pugno di ferro per evitare nuove violenze. I poliziotti sono stati invitati dal ministero dell’Interno ad andare al lavoro usando i mezzi pubblici e indossando l’uniforme, per scoraggiare nuovi attacchi. Una trentina gli arresti fra i sospetti esecutori. I comportamenti violenti «sono disonesti e illegali, atti da codardi» e i colpevoli «non sfuggiranno alla giustizia e alla galera», il commento del premier e uomo-forte di Skopje, Nikola Gruevski.

Ma quali sono le vere cause dei gravi episodi di violenza, i peggiori dal 2001, quando il Paese fu sconvolto da un’insurrezione albanese e arrivò sull’orlo della guerra civile? «Malgrado il parere diffuso che il conflitto interetnico sia finito nel 2001 con gli Accordi di Ohrid, c’è in realtà un fragile bilanciamento tra pace e violenze. Il modello di condivisione del potere introdotto al tempo ha istituzionalizzato l’etnia e trasformato la Macedonia in uno Stato bi-nazionale, nel quale le élite etniche contrattano su tutto», spiega l’analista politica Biljana Vankovska. «Il danno collaterale di questa pretesa convivenza pacifica è il venir meno dei principi democratici e dello stato di diritto. L’ultima ondata di violenze non è stata spontanea o il frutto della rabbia fra gruppi etnici. Lo sfruttamento di una cultura di impunità per gli incidenti», spesso minimizzati, e l’insufficienza «degli strumenti dello stato di diritto, hanno portato a questa brutalità politicamente motivata», aggiunge.

Di certo, il timore per la stabilità del Paese è forte, soprattutto all’estero. «Non mi aspetto un conflitto diffuso. In questo caso – conclude Vankovska – si tratta ovviamente di instabilità controllata, provocata da chi può approfittare della situazione: l’opposizione, che vuole diffondere paura e “provare” che l’esecutivo è responsabile della tensione etnica. E alcuni radicali che desiderano far emergere il bisogno di ridefinire lo Stato in termini federali». Uno Stato dove le divisioni etniche non possono più essere camuffate dietro monumenti equestri. O placate da disinvolte interpretazioni storiche senza fondamento.

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