30. 10. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Retata di islamisti wahhabiti in Serbia

BELGRADO L’assalto a colpi di kalashnikov contro l’ambasciata Usa a Sarajevo non è stato il gesto di un folle solitario. Lo prova l’ondata di fermi compiuta in Serbia poco prima dell’alba in un’operazione congiunta tra forze speciali e unità anti-terrorismo. «Questa mattina alle cinque è cominciata un’azione contro il movimento estremistico islamico dei wahhabiti», ha annunciato il ministro degli Interni di Belgrado, Ivica Dacic. L’attenzione si è concentrata sulle cittadine di Sjenica, Tutin e Novi Pazar. Proprio di quest’ultima è originario l’attentatore wahhabita di Sarajevo, Mevlid Jasarevic. Le autorità serbe hanno ascoltato 17 persone, poi rilasciate in serata. Sono stati sequestrati anche computer e cellulari. Dalle mosse di Belgrado appare palese l’esistenza di un collegamento tra Jasarevic – già schedato nel 2010 dalla polizia serba e nel 2005 da quella austriaca -, e gruppi di estremisti islamici che gravitano attorno all’area a maggioranza musulmana di Novi Pazar. «Tutte le persone fermate avevano un legame con Jasarevic», ha attestato il capo della polizia serba, Milorad Veljovic. «Investighiamo in coordinamento con le autorità di Belgrado» perché «si è trattato di un atto di terrorismo e noi continueremo nella nostra lotta senza quartiere contro tutte le forme di radicalismo», gli ha fatto eco il ministro della Sicurezza di Sarajevo, Sadik Ahmetovic. A conferma di ciò, prima che calasse la notte le forze di sicurezza bosniache hanno circondato e operato una serie di perquisizioni nel villaggio di Gornja Maoca, abitato da una trentina di famiglie wahhabite e da anni sospettato di essere una base degli integralisti. Fra questi Jasarevic, in passato notato più volte nel paesino.

Nella capitale bosniaca gli inquirenti intanto attendono di poter interrogare il terrorista che ieri aveva attaccato con un fucile mitragliatore l’ambasciata, ferendo gravemente un poliziotto di guardia. Gli investigatori saranno affiancati da agenti Fbi, ufficialmente in arrivo a Sarajevo «per stimare i danni alla sede diplomatica, una procedura standard», come ha spiegato l’ambasciatore Usa, Patrick Moon. L’ambasciata non ha ancora revocato lo stato d’allerta per gli americani residenti in Bosnia, a cui si suggerisce di «aumentare la soglia d’attenzione e mantenere un basso profilo». Jasarevic nel frattempo è ancora ricoverato in ospedale in attesa di essere dimesso e poi interrogato.

    Post comment as twitter logo facebook logo
    Sort: Newest | Oldest
Subscribe