27. 05. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Migliaia di nostalgici al compleanno di Tito

Jugonostalgija (foto: Stashatomic)

BELGRADO Erano in migliaia, pensionati, veterani di guerra, tante donne e giovani. Tutti, davanti alla “Casa dei fiori” di Belgrado, il monumento funebre che accoglie la salma del Maresciallo, hanno ricordato il 25 maggio scorso il compleanno del loro eroe, Tito. Hanno atteso con pazienza, davanti al frequentatissimo memoriale-museo, per deporre un fiore sulla sua tomba, richiamando alla memoria i raduni di massa del passato per il Dan Mladosti, la “Giornata della gioventù” che si teneva a Belgrado ogni 25 maggio. Con gli anni, il padre-padrone della Jugoslavia è tornato a essere un’icona per tutti i Balcani, sempre più colpiti da crisi politiche ed economiche. E da una strisciante sindrome jugonostalgica che fa rievocare in modo forse illusorio i bei tempi della “fratellanza e unità”.

La “jugonostalgija” è perfino diventata un fenomeno sociale da studiare. Tamara Pasovic Trost, dottoranda in sociologia ad Harvard, sta analizzando com’è cambiata l’immagine del Maresciallo negli ultimi 30 anni. «La percezione di Tito è molto variegata. Abbiamo indagato su qual è per i ragazzi serbi e croati la figura più positiva e quella più negativa. In entrambi i casi Tito si è classificato ai primi tre posti», spiega la ricercatrice. In Serbia, «Tito vince tra le figure positive ed è al secondo posto in quelle negative», in Croazia invece è al secondo fra i “buoni”, dopo il leader ustascia Pavelic, e solo al quarto tra i cattivi. Ma rimpiangono Tito o la Jugoslavia? «Gli anziani in Serbia sono nostalgici della sua figura e del passato, mentre i giovani sanno per sentito dire che “la vita era migliore”. In Croazia, invece, dove Tito è ancora visto come colui che ha calpestato gli interessi nazionali, la gente «forse rimpiange solo la tranquillità, la pace diffusa di quei tempi, la musica», afferma la sociologa.

Forse non sarebbe un’idea balzana verificare quanti nostalgici di Tito ci sono ancora nei Balcani, ripetendo oggi l’esperimento del regista serbo Zelimir Zilnik. Negli anni ’90, Zilnik girò un film a Belgrado, spedendo un attore travestito da Tito in mezzo alla folla. La gente, pur cosciente che si trattava di una farsa, reagì come se si trovasse di fronte al vero Maresciallo. «Parliamo dell’inizio del 1994, una situazione disastrosa, la disgregazione della Jugoslavia, la guerra. I Milosevic, i Tudjman, i Kucan, stavano riscrivendo la storia. Erano stati servitori di Tito e ora lo accusavano anche dei disastri che loro stessi avevano provocato per mantenersi al potere», ricorda Zilnik. «Decisi di sottolineare come l’atmosfera creata dai nuovi leader fosse surreale. E fu una catarsi: la gente rivide il Maresciallo e poté riflettere sul passato, iniziò a parlargli, a toccarlo, a dirgli che lo amava, a scherzare con lui». Oggi, un nuovo “Tito per la seconda volta tra i serbi” scatenerebbe forse reazioni simili, tra i nostalgici alla “Casa dei fiori”. «La gente anche ora realizza che la vita sotto Tito era non solo più confortevole – osserva Zilnik – ma che c’era anche un’identità nazionale precisa, un progetto. Adesso tutto è solo confusione».