23. 08. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Merkel: «Croazia subito nell’Ue. Germania pronta a investire»

ZAGABRIA Le vacanze sono ormai solo un lontano ricordo per Angela Merkel. Appena rientrata dalle ferie e dopo aver proferito l’ennesimo sonoro “nein” all’idea degli Eurobond, forse vitali per allontanare lo spettro default dalla periferia dell’Ue, la Cancelliera tedesca ha iniziato un faticoso tour balcanico. A Zagabria ieri la prima tappa, nei Balcani “buoni”, quelli che stanno per entrare nell’Ue. La seconda, martedì in Serbia, molto più impegnativa perché Belgrado non si piega al desiderio tedesco di risoluzione della questione Kosovo attraverso il riconoscimento della sua ex provincia.

In Croazia, uno Stato che «è riconosciuto come un modello e un esempio per tutta l’Europa sudorientale», Merkel è stata accolta come «una grandissima amica del Paese» dal presidente Josipovic. «La vostra prossima entrata nell’Ue è un grande successo che va ascritto all’intera Croazia, al governo e al primo ministro», le prime parole della Merkel dopo l’incontro con la sua omologa, Jadranka Kosor, che ha personalmente ringraziato la Cancelliera per il sostegno tedesco «fin dal giorno della sua indipendenza».

Zagabria «ha fatto passi da gigante per combattere la corruzione e il crimine organizzato e per migliorare la trasparenza del sistema economico e negli appalti. Sono state azioni importanti per i nostri investitori e fondamentali per rafforzare la cooperazione tra i due Paesi», ha affermato poi la Cancelliera. Zagabria è fortissimamente legata a Berlino per motivi politici, ma anche economici. Dal punto di vista degli investimenti, da vent’anni il secondo partner commerciale dei croati è proprio Berlino, al secondo posto dopo l’Italia: 3 miliardi di euro l’interscambio nel 2009, ma ammonta a soli 800 milioni l’export del Paese balcanico verso la Germania. E oltre il 30% dei turisti che portano valuta pregiata in Croazia arriva da oltralpe. «Gli investitori tedeschi sono disponibili. Siamo pronti a sostenerli, perché la Germania ha tutto l’interesse a far progredire la cooperazione economica», ha assicurato Merkel, che ha infine incassato la promessa di Kosor di rimuovere al massimo le barriere agli investimenti stranieri nel Paese in particolare nei settori dell’energia e delle infrastrutture.

Dopo la toccata e fuga in casa degli amici croati, Merkel è volata in tarda serata verso una Belgrado tappezzata di bandiere serbe e tedesche. Ma, a parte il rispetto della forma, l’accoglienza in Serbia sarà molto più fredda. Nessuna sorpresa. La leader tedesca è venuta a portare un messaggio chiaro e sgradito al governo serbo: la Serbia dovrà riconoscere il Kosovo «nel lungo periodo» e questa potrà diventare una condizione per l’integrazione del Paese nell’Ue. E Belgrado deve cessare di considerare il Kosovo come una sua provincia: «Se la Serbia non la smette con questa retorica, il processo d’integrazione diverrà impossibile», le parole affidate domenica da un anonima fonte vicinissima alla Cancelliera al quotidiano tedesco Handelsblatt. Se la Merkel le ripeterà pari a pari nel faccia a faccia con il presidente Tadic, la freddezza nei rapporti bilaterali raggiungerà probabilmente il suo acme.

LA CRISI NON RALLENTERA’ L’ALLARGAMENTO
Prima di atterrare a Zagabria, Angela Merkel ha voluto rivelare la sua visione sul futuro dell’Ue attraverso un’intervista alla tv pubblica croata. La crisi finanziaria che ha investito l’Europa «non metterà a rischio il processo di allargamento», ha assicurato la Cancelliera. Le difficoltà che stanno attraversando «Grecia, Portogallo e Irlanda» non devono ripercuotersi sui Balcani e la Germania si batterà per non «privarli della loro prospettiva europea». Ma se Berlino, almeno sulla carta, aspira a integrare tutta la regione nella famiglia europea e non solo la Croazia, tempi e modi dipendono soprattutto dalle mosse di Serbia, Bosnia e Macedonia. Per la Merkel, Belgrado «deve cooperare con il Kosovo», Sarajevo «necessita di un governo centrale», mentre Skopje «deve impegnarsi per risolvere con la Grecia la disputa sul nome del Paese».

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