
BELGRADO Julian Assange aveva anticipato il menu una settimana fa. Presto, aveva rivelato il fondatore di Wikileaks ai media bosniaci, pubblicheremo un’infornata di cablogrammi Usa sui Balcani. E le nuove rivelazioni causeranno «uno scenario in stile arabo» nella regione.
Ieri è arrivato l’antipasto: una dozzina di cablogrammi del 2009 targati Sarajevo sono stati anticipati dall’agenzia Reuters. Svelano i seri dubbi americani sulla tenuta istituzionale della Bosnia-Erzegovina e il pericoloso ruolo di «piromane politico» del leader dei serbo-bosniaci, Milorad Dodik. Niente di così grave o di nuovo da far rivoltare i bosniaci, come prevede Assange, ma una conferma del delicato momento che attraversa la Bosnia.
I messaggi Usa descrivono un preoccupato Charles English, ex ambasciatore Usa a Sarajevo, che vede in Dodik il pericolo numero uno per la stabilità della Bosnia a causa della sua personalità «pericolosamente provocatoria» e dei «suoi sforzi per bloccare le riforme e minare il Paese alle sue fondamenta». Per la feluca Usa, «l’obiettivo minimo di Dodik è quello di riportare la Republika Srpska al livello di autonomia di cui godeva alla fine del conflitto del 1992-1995», a un passo dunque dall’indipendenza.
Ce n’è poi anche per Bruxelles, troppo divisa per capire i rischi che corre la Bosnia: «L’Ue è convinta che le sue politiche siano adeguate ad arginare le profonde divisioni etniche nel Paese, ma la realtà è diversa». In più c’è la Russia, sempre più «madrina» di Dodik. «Mosca non ha interessi strategici in Bosnia», spiega Florian Bieber, grande esperto della regione balcanica, ma i russi potrebbero usare Dodik per «far apparire Ue e Usa incapaci di migliorare la situazione in Bosnia, così che le loro politiche siano meno attraenti anche nel Caucaso e in altre aree più importanti per la Russia. Ma è anche una maniera per garantirsi i favori di Belgrado, dove Mosca ha interessi economici più concreti», afferma l’analista.
Dodik, forte dell’appoggio russo e dell’inazione europea, continua intanto a proclamare che il suo «fine ultimo è la secessione». «La sua retorica suona incomprensibile a chi non s’intende di Bosnia, ma l’opinione pubblica serbo-bosniaca lo prende seriamente e lo considera il difensore degli interessi della Republika Srpska», temono gli Usa. «Parlando continuamente di secessione, si rende il concetto accettabile. È difficile rimettere il genio nella bottiglia una volta intrapresa questa strada», conferma Bieber.
Dalla bottiglia di Dodik sono uscite anche tesi negazionistiche. Ad esempio, le granate sul mercato di Sarajevo sotto assedio sarebbero state lanciate dagli stessi musulmani per fomentare l’odio contro i serbi. Anche con queste sparate, Dodik «crea un clima tale che è impossibile fare le riforme istituzionali, necessarie per l’integrazione della Bosnia nella Nato e nell’Ue», prevede Washington. «Dal 2006 – aggiunge Bieber – Dodik ha provato sistematicamente a smantellare le istituzioni comuni della Bosnia, mettendone in discussione la legittimità. Nessuno sa se vuole veramente la secessione, ma il rischio più grave è che la Bosnia diventi uno Stato disfunzionale, unito solo sulla carta, dove la Republika Srpska agisce di fatto da Paese indipendente». Un rischio che l’Europa deve evitare a tutti i costi. Anche «facendo rimuovere Dodik», come suggerito dagli Usa nel 2007.









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