24. 01. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

La scritta “genocidio” cancellata dalla lapide di Visegrad

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La parola “genocidio” fa paura. Per rimuoverla, a colpi di scalpello, ci vogliono un centinaio di agenti e membri delle forze speciali, i visi celati dai passamontagna neanche si trattasse di un blitz contro qualche pericoloso boss mafioso. Ma di pericoloso, in Bosnia, c’è soprattutto la quasi totale assenza di una memoria condivisa. L’ennesima triste conferma in questo senso è arrivata ieri dalla città di Visegrad, ricordata oggi più che per il “Ponte sulla Drina” soprattutto per le crudeli operazioni di pulizia etnica compiute dai serbo-bosniaci contro i civili musulmani che vivevano in città e dintorni. Civili, vittime e sopravvissuti, che sono stati oltraggiati da un’azione da tempo pianificata dalle autorità serbo-bosniache di Visegrad e messa in pratica ieri mattina all’alba dagli operai comunali, assistiti da ingenti forze di polizia. Operai che hanno scalpellato da un monumento in memoria dei bosgnacchi massacrati in città durante il conflitto, collocato nel cimitero musulmano e considerato “abusivo” dal comune, la parola tanto temuta. Monumento che, prima dell’operazione, era dedicato «a tutti i bosgnacchi uccisi e scomparsi, bambini, donne e uomini, vittime del genocidio a Visegrad». Ora «le vittime» di Visegrad, secondo le associazioni dei sopravvissuti circa 3mila – tra cui alcuni bruciati vivi nella tristemente celebre casa degli orrori della Pionirska ulica -, sono vittime “en générale”, vittime di qualche ignoto killer, non certo caduti per mano di assassini etnicamente motivati. Non certo vittime di un «genocidio». Ma i sopravvissuti non ci stanno. Ieri, dopo il rientro dei poliziotti nelle caserme, si sono radunati in massa nel cimitero, hanno raccontato i media locali. Erano soprattutto donne dell’associazione “Zene zrtve rata”. E hanno scritto di nuovo la parola proibita sul cippo, con un rossetto. Un semplice tratto rosso, la scritta «GENOCID», alla faccia di chi vuole cancellare la storia.

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