07. 02. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

La rivolta “anti Casta” dilaga da Tuzla a Sarajevo

326 tuzla

Migliaia di persone in piazza, pietre che volano, lacrimogeni in gran quantità lanciati dalla polizia contro la folla. E rabbia crescente, nel cuore di Tuzla. È sempre più tesa la situazione nella terza città bosniaca, ex polo industriale del Paese balcanico, stritolato da privatizzazioni selvagge e crisi sistemiche. Tuzla dove ieri, secondo giorno di proteste, in circa 5mila sono scesi in strada, assediando il palazzo del governo cantonale, simbolo dell’inazione e della scarsa sensibilità della politica ai problemi economici della cittadinanza.

Cittadinanza che, a Tuzla, continua a organizzarsi attraverso il gruppo Facebook “50mila in piazza per un domani migliore”, che ieri pomeriggio ha toccato quasi i 30mila membri. «Attenzione, i manifestanti scelgano metodi pacifici», poi «se le nostre richieste non saranno recepite, bloccheremo» il “palazzo”, il primo post del gruppo. Ma dopo le maniere brutali applicate mercoledì dalla polizia contro i manifestanti, pochi speravano in un giovedì tranquillo. E tranquillo non è stato. Già intorno a mezzogiorno una fitta sassaiola ha investito il palazzo del Cantone, protetto da un compatto cordone di polizia. «Fuori il governo», «ladri», «rilasciate Aldin», Aldin Siranovic, una delle anime della protesta, fermato mercoledì e poi liberato ieri sera. Ancora una sassaiola, mentre la piazza si riempiva di lavoratori in esubero, disoccupati, giovanissimi e pensionati. Successivamente, intorno alle 13, l’escalation. Prima, un fitto lancio di pietre e fumogeni da stadio che ha completamente distrutto le vetrate del primo e del secondo piano del palazzo del governo del Cantone. Poi, le cariche della polizia, in uno scenario da guerriglia urbana trasmesso sulle frequenze di Rtv Slon di Tuzla. Bilancio, una cinquantina di feriti, in gran parte agenti – uno è grave – e decine di nuovi arresti.

Conteggio solo parziale, perché nella serata di ieri le proteste sono cresciute di vigore, con durissimi scontri tra manifestanti e agenti e persino saccheggi da parte di gruppi di hooligan.
Scenari di caos e violenze di strada, in gran parte inediti nel dopoguerra del Paese balcanico, che rafforzano il timore che la Bosnia sia sul punto di assistere a una rivolta generalizzata causata da disoccupazione e malcontento sociale. Rivolta fatta di tanti «raduni spontanei», e non solo a Tuzla, che «sono la prova che la situazione economica e sociale ha toccato il fondo», con più di un bosniaco su tre disoccupato. «Quanto sta accadendo è il risultato del disastroso processo di privatizzazioni di aziende un tempo di successo», spiega al Piccolo l’analista Almir Terzic. Ma è forse troppo presto per parlare di «primavera bosniaca», prevede Terzic. «Bisogna aspettare le elezioni di ottobre», chiarisce l’analista. Aspettare, perché in Bosnia «mancano le condizioni legali e costituzionali per andare al voto anticipato». E soprattutto perché generalmente manca una «sinergia in entrambe le entità» che formano il Paese «tra lavoratori, pensionati, giovani, gruppi vulnerabili che possa portare a dei cambiamenti» extra-parlamentari e senza il ricorso alle urne, vera e «unica soluzione».

Nel frattempo, la gente continua però a protestare. A protestare, da ieri, anche a Sarajevo, dove centinaia di persone si sono raccolte nel pomeriggio in segno di solidarietà con i manifestanti di Tuzla, urlando un generico «via i ladri» all’indirizzo dei politici al potere e «la rivoluzione è l’unica soluzione», tirando uova contro i palazzi del governo e bloccando il traffico. Ma non solo Tuzla e Sarajevo si sono mobilitate. In centinaia si sono radunati anche a Zenica, a Bihac, un pugno a Mostar e Zvornik. E una decina a Prijedor, dove alcuni attivisti hanno spiegato lenzuola bianche su cui c’era scritto, in cirillico, «un ladro è un ladro». Di qualunque partito o etnia sia.

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