11. 02. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

La piazza di Sarajevo sfratta il governo

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SARAJEVO «Ostavke», dimissioni. E «ovo je narod», questo è il popolo, «qui hooligan non ce ne sono, guardate bene». Sono queste le parole d’ordine della protesta di Sarajevo, protesta che continua giorno dopo giorno. E anche ieri, il quinto consecutivo, la gente è scesa in piazza, pacificamente, per sottolineare che la rabbia degli indignati bosniaci non è certo sbollita, al contrario.

Lo si è visto subito davanti al palazzo della Presidenza, sulla Titova ulica, assaltato e parzialmente incendiato venerdì, ma dove è tornata a sventolare una grande bandiera della Bosnia-Erzegovina. Lì, poco dopo l’una, un migliaio di persone si sono raccolte in segno di protesta. «Porteremo qui Tuzla, Zenica, Bihac», «avete rubato per 20 anni», si alzano le grida dalla folla. «La gente non ha più da mangiare, dobbiamo cacciarli a pedate, quei politici, non dobbiamo fermarci finché il lavoro non è finito», urla un uomo di mezza età, massiccio, kefiah attorno al collo, quasi senza voce. Subito dopo ricorda a tutti che «non dobbiamo distruggere edifici pubblici, sono cosa nostra». È, si capirà dopo, uno dei “rappresentanti” della folla, rappresentante senza nome ma assai applaudito. Non è l’unico. Un altro signore, sui 60anni, innalza un cartello con le «richieste del popolo». Chiediamo, vi si legge, «il cambio dei vertici del governo della Federazione», la formazione di una sorta di governo tecnico, composto da esperti indipendenti, l’«eliminazione dei Cantoni», «l’aumento delle pensioni», la «lotta contro il lavoro nero». Poi, la folla si sposta, accade tutto in pochi istanti. «Andiamo a prenderci i nostri salari», urla l’uomo con la kefiah al collo.

E tutti, in sincrono, si muovono allora verso la sede del governo della Federazione. Lì, altri slogan, «lopovi», ladri, «venite fuori, i politici non dovrebbero nascondersi al popolo». Ma cosa veramente vogliono, gli arrabbiati di Sarajevo? «I nomi dei miliardari», di coloro che si sono arricchiti con le privatizzazioni e le mazzette, recita uno degli striscioni. Per conoscere le altre richieste, meglio affidarsi a uno dei manifestanti. «Con voi italiani parlo, non con quelli della Tv federale», esordisce uno che dice di chiamarsi Imo Krkosevic. Cosa volete? «Solo una cosa vogliamo, le dimissioni di tutti quelli che per vent’anni hanno rubato e non hanno fatto niente per la gente». «Ci hanno derubato, hanno miliardi nascosti e il popolo non ha di che mangiare». Poi, più avanti, «domanderemo la cancellazione dei Cantoni». E le due entità? «Vedremo». «Bisogna anche depoliticizzare polizia e magistratura, altrimenti non sapremo mai la verità sui casi di malaffare, come quello del Talgo», il treno superveloce comprato dalla Spagna e rimasto fermo, perché le linee nazionali sono quelle di cento anni fa, rincara un pensionato, Ismet, 62 anni. Altri rappresentanti della protesta chiedono anche la «costituzione di un comitato» di salute pubblica, per governare la crisi. E un’ora al giorno microfoni aperti sulle frequenze della tv di Stato, a disposizione della gente in difficoltà.

Più tardi, in quello che è stato eletto luogo simbolo della protesta, l’incrocio tra la Alipasina e la Titova, il consueto blocco stradale. Lì, altra gente, tranquilla. Tra loro, Azra Hadzic, cinquantenne, addosso un cartello con su scritto «siamo tutti Sejdic e Finci», un modo per sottolineare «quanto i politici non abbiano fatto nulla, solo rubato», senza riuscire a risolvere dal 2009 neppure la questione del superamento della complicata discriminazione politica per chi non è serbo, croato o bosgnacco. Ma l’obiettivo principale, ieri, era un altro. L’intero governo federale e il premier Niksic «devono dimettersi entro le 19», l’ultimatum lanciato dalla piazza al pomeriggio. Ultimatum non rispettato, picche ha replicato il “Palazzo”, che evidentemente ha scelto la via dell’attesa. Attesa che la piazza desista. Non ci arrenderemo, bloccheremo Sarajevo a oltranza, la replica. E oggi sarà un’altra giornata di proteste.

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