20. 02. 2014
L'Espresso
Stefano Giantin

Indignados a Sarajevo

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SARAJEVO Prima la guerra civile, la pulizia etnica, i centomila morti. Poi, con la pace, la nascita di un Paese spaccato in due entità separate, da una parte i musulmani e i croati, dall’altra i serbo-bosniaci. E quasi due decenni di stallo, con i leader politici di tutte le etnie interessati solo al proprio particolare, l’economia al palo. Non c’è pace per la Bosnia e non devono meravigliare i palazzi del potere incendiati a Tuzla, Mostar, Sarajevo, lo scoppio della rivolta sociale scatenata dalla corruzione politica e dalla povertà dilagante. Bosnia, quattro milioni di abitanti, uno su cinque sotto la soglia di povertà, 550mila i senza lavoro registrati, il 57% fra gli under-25 è disoccupato. Numeri ancora più terribili a Tuzla, ex città industriale bosniaca atterrata da privatizzazioni mal gestite, 60% i disoccupati, da dove è partita l’ondata dell’indignazione. Proteste che continuano, ora pacifiche, mentre tenta di emergere dal basso un’organizzazione per incanalare la rabbia. «Via subito le élite politiche, basta corruzione». E poi si potrà pensare a costruire una «Nuova Bosnia-Erzegovina», senza divisioni etniche, le prime richieste degli “indignati”. Ma da Banja Luka, l’“uomo forte” della Republika Srpska (Rs), Milorad Dodik, ha già detto no. La Rs, dove si è protestato con numeri assai ridotti, «funziona» e non si tocca. E come «non è sopravvissuta la grande Jugoslavia, non sopravvivrà neanche quella piccola». La piccola Bosnia, multietnica e arrabbiata. Una polveriera pronta ad esplodere per cambiare, si spera, in meglio.

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