ZAGABRIA Sembrava dovesse essere una visita ufficiale senza sorprese, quella del presidente cinese Hu Jintao in Slovacchia e Croazia. Ha invece segnato l’inizio di una probabile futura offensiva economica espansionistica sul suolo europeo. Dopo aver discusso d’energia atomica e cooperazione commerciale con la Russia a Ekaterinenburg – e dopo che la sua delegazione aveva fatto a botte con attivisti dei diritti umani a Bratislava – Hu Jintao e 250 imprenditori cinesi sono stati accolti in pompa magna la settimana scorsa a Zagabria. La Croazia ha chiesto a Pechino investimenti nel settore delle infrastrutture, offrendo in cambio l’apertura del proprio mercato ai prodotti “low-cost” cinesi.
«La crisi si supera solo con i consumi. La Cina produce molto e ha una bassa domanda interna. Difficilmente manterrà la crescita attuale se non trova nuovi sbocchi alla produzione», spiega Adriano Paolo Marcotulli, advisor della Euroconsulting d.d. di Fiume, società specializzata nell’assistere le imprese italiane sul mercato croato. Un mercato forse troppo piccolo – 4,5 milioni d’abitanti – per giustificare un interesse cinese, «ma se si considera anche il resto dei Balcani, arriviamo a venti milioni di persone e il discorso si fa più interessante», conclude Marcotulli.
L’interscambio commerciale tra Zagabria e Pechino ha raggiunto 1,3 miliardi di euro nel 2008 (+9,3% rispetto al 2007), ma è di soli 25 milioni di euro all’anno l’export croato verso la Cina. «Qui i cinesi possono esportare grandi quantità di prodotti perché i loro prezzi sono concorrenziali e di bassa qualità. La Croazia ha però poco da esportare in Cina. Non vedo forti possibilità di una mutua cooperazione di successo», afferma Ljubo Jurcic, economista, ex ministro dell’Economia e futuro candidato dei socialdemocratici alle presidenziali. Inoltre «il mercato è saturo e il consumo declinerà di un 5-10% nei prossimi anni», aggiunge Jurcic.
Il presidente della Camera di commercio croata, Nadan Vidosevic, accogliendo la delegazione di Pechino nel suo primo viaggio ufficiale a Zagabria dopo l’implosione della Jugoslavia, ha ammesso che «la Croazia ha bisogno di investimenti cinesi». «Sono sicuro che la Cina non troverà un posto migliore in Europa per fare affari», ha sottolineato Vidosevic. Parole di benvenuto che servono a nascondere i tratti di una profonda crisi economica e la necessità di trovare investitori stranieri, oggi in uscita dal Paese con un -50% nel 2008. La Banca centrale di Zagabria prevede un -4% di Pil nel 2009. La produzione industriale è in stallo con un -12,7% nei primi quattro mesi dell’anno e un -7% su base annua a maggio, un dato reso meno negativo solo dal segno positivo del settore energetico (+11,3%). In più, il Paese potrebbe essere costretto a rivolgersi all’FMI per un prestito a causa del disavanzo nella bilancia dei pagamenti e per ripagare il debito estero.
In Croazia «c’è una crisi di liquidità, ma soprattutto di consumi e di investimenti interni, che hanno finora trainato l’economia del Paese e sono stati favoriti da una forte espansione del credito al consumo», spiega Paolo Panjek, analista dell’Area Studi e Ricerche di Informest. Questo è uno dei grossi problemi strutturali della Croazia, «un modello di crescita basato soprattutto sulla domanda interna che ha accentuato gli squilibri esterni, aggravando il grado di vulnerabilità finanziaria del paese», sottolinea Panjek. «La Croazia ha di fronte la sfida della stabilizzazione del suo sistema economico», conferma Ljubo Jurcic, riferendosi ai 42 miliardi di euro di debito estero che fanno della Croazia la quinta nazione più indebitata al mondo.
Perfino la possibile ancora di salvezza dell’economia nazionale, il turismo, è in rosso: -21% nel 2009. I turisti stranieri incidono sul 3-4% del PIL, «ma è l’indotto che è importante e vale il 6% del Pil. In più, il turismo è fondamentale per la Banca centrale per accumulare riserve valutarie per sostenere il forte indebitamento estero e lo squilibrio commerciale», puntualizza Panjek.
Il “piano cinese” di Zagabria è forse dettato dalla paura di non riuscire a far fronte alla crisi. Si facilita dunque l’ingresso nel mercato di nuovi investitori internazionali, bypassando i partner commerciali privilegiati in profonda crisi – tra cui Germania e Italia – e si guarda alla Cina, +7,7% di Pil nel 2009. In cambio dell’espansione commerciale, Pechino userà l’enorme liquidità che ha in cassa per stravincere le gare pubbliche per le ristrutturazioni dell’obsoleto aeroporto della capitale croata e del porto di Ploce, al confine con la Bosnia-Erzegovina.
E userà queste infrastrutture per far arrivare i suoi prodotti nel Vecchio Continente. «Queste potrebbero diventare delle porte per lanciare i prodotti cinesi in Europa orientale e nell’UE», conferma Jurcic. Il porto di Ploce potrebbe diventare strategico per l’espansione commerciale cinese nel Mediterraneo anche perché, secondo Marcotulli, «potrebbe essere usato per le merci dirette verso i Balcani e l’Africa», facendo così concorrenza a Trieste e Capodistria. I cinesi potrebbero partecipare anche ai lavori della nuova ferrovia che collegherà il porto di Fiume all’Ungheria, dove Pechino ha già investito miliardi di euro per fare del Paese il il luogo da cui smistare – senza dazi doganali – il “made in China” in Europa. Per Marcotulli, alla fine «chi ci perderà sarà l’export dei Paesi più avanzati, come Germania e Italia. I cinesi sono bravi a imitare tutto: in un momento di crisi, se non si possono più comprare pantaloni da 150 euro, si ripiega su un altro tipo che tecnicamente è uguale, ma che ne costa 80».
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