15. 02. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

I serbi del Kosovo alle urne contro Pristina

BELGRADO «Riconoscete le istituzioni della cosiddetta Repubblica del Kosovo?» Domanda semplice, quella che i serbi del Nord del Kosovo si sono trovati di fronte, nei seggi, nella prima giornata del referendum contro le autorità albanesi di Pristina. Dalla 7 di ieri, in migliaia sono andati a mettere nero su bianco, con una croce sul «Ne», la loro aspirazione a non fare parte del Kosovo indipendente, a ritornare all’interno dei confini della Serbia. O, se questa possibilità non fosse realizzabile, di rendersi completamente autonomi, in una nuova entità statuale per ora difficilmente immaginabile. Buona l’affluenza alle urne, malgrado le strade ricoperte di neve abbondante e ancora ghiacciate: oltre il 31% alle 16. E domani si vota ancora fino alle 19. «Attendiamo un afflusso minore del previsto ai seggi» per colpa del maltempo, ha dichiarato il responsabile della commissione referendaria per i rapporti con la stampa, Ljubomir Radovic. «Se alla fine non sarà registrata una forte affluenza, non sarà un insuccesso», ha poi commentato.

Certo è che il risultato del referendum sarà un plebiscito contro Pristina, un chiaro messaggio che i serbi del Nord vogliono che il Kosovo rimanga «parte integrante del territorio serbo», come stabilisce la Costituzione di Belgrado. Ma è proprio da Belgrado che continuano ad arrivare evidenti segnali di nervosismo verso le mosse dei serbi “ribelli”, considerati responsabili del ritardo nell’assegnazione alla Serbia dello status di Paese candidato all’ingresso nell’Ue. «Non abbiamo una posizione particolare sui risultati del voto, non lo dichiareremo nullo, né chiederemo un parere alla Corte costituzionale. Il governo non riconosce le istituzioni di Pristina, così come i serbi del Kosovo. E tutto questo è chiaro alla comunità internazionale», ha illustrato Goran Bogdanovic, ministro per il Kosovo e Metohija. «Dannoso», l’aggettivo usato invece dal presidente Boris Tadic. E scelta politicamente pessima, quella di scegliere col voto democratico, anche per l’Ue. La «specifica situazione» del Nord si può risolvere solo con il dialogo, «non con referendum o con barricate», ha affermato Maja Kocijancic, portavoce del Commissario Ue agli Esteri, Catherine Ashton. Che ha poi specificato: Bruxelles «ha preso nota» delle dichiarazioni del governo serbo. Della rinnovata presa di distanza della Serbia dai “suoi” serbi del Kosovo, sempre più lontani da Belgrado.

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