07. 11. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

«I risparmi jugoslavi vanno restituiti»

Una sentenza che potrebbe rivelarsi storica. Con sei voti a favore e uno contrario, quello del giudice sloveno Bostjan Zupancic, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato ieri Slovenia e Serbia per violazione del diritto alla protezione della proprietà a danno di tre cittadini bosniaci. Cittadini che si erano visti “congelare” i loro risparmi in valuta straniera, custoditi prima dell’implosione della Jugoslavia nella filiale di Sarajevo della “Ljubljanska Banka” e in quella di Tuzla della serba “Investbanka”.

La complicata storia di Emina Alisic, Aziz Sadzak e Sakib Sahdanovic è illustrata nelle 41 pagine della sentenza, contro cui Lubiana ha già annunciato ricorso. I «ricorrenti, prima della dissoluzione della Repubblica socialista federale di Jugoslavia» avevano depositato rispettivamente «4.715, 129.874 e 63.880 marchi tedeschi», i primi due alla Ljubljanska Banka di Sarajevo, il terzo alla Investbanka. Erano stati allettati «dagli alti interessi» che la Jugoslavia, «affamata di valuta pesante», offriva ai risparmiatori, spiegano i giudici di Strasburgo. Giudici che poi illustrano passo dopo passo il lento cammino verso il collasso economico della Federazione. Dal deprezzamento del dinaro negli Anni Settanta alla liberalizzazione che consentì, nel 1990, alla Ljubljanska Banka di Sarajevo di trasformarsi in un ramo della «Ljubljanska Banka (poi Nova Ljubljanska Banka), che ne assunse gli attivi e i passivi». E alla Investbanka di diventare una «banca indipendente con quartier generale in Serbia». Infine, l’agonia, con il «massiccio prelievo di valuta straniera dalle banche» avvenuto dopo il 1990 e le successive «misure di emergenza per limitare i prelievi». Poi, la guerra.

Un collasso che lasciò molti risparmiatori, come Alisic, Sadzak e Sahdanovic, con in mano un pugno di mosche. Ma i tre non si sono mai arresi e hanno chiesto a Strasburgo «che gli Stati successori» della Jugoslavia – non avevano infatti mosso causa solo contro Slovenia e Serbia, ma anche contro Bosnia, Croazia e Macedonia -, «liquidassero i loro vecchi conti in valuta straniera». Da parte sua, la Corte ha stabilito che ci sono elementi sufficienti per considerare solo la Slovenia «responsabile dei debiti verso Alisic e Sadzak». Stesso discorso per la Investbanka e per la Serbia nei confronti di Sahdanovic. In entrambi i casi, Strasburgo ha fatto notare che i soldi custoditi nelle due banche «con tutta probabilità» finirono in Slovenia e in Serbia. Nel dicembre ‘91, il «totale dei conti in valuta straniera nella filiale di Sarajevo» della Ljubljanska ammontava a «circa 250.000.000 di marchi», ma nei forzieri della capitale bosniaca «ce n’erano meno di 350.000». Peggio ancora la Investbanka a Tuzla, che aveva 100 milioni di marchi in custodia e «non è chiaro cosa sia successo a quei fondi».

Slovenia e Serbia dovranno ora, entro sei mesi, «prendere tutte le misure necessarie» per risarcire i tre richiedenti e «altri nella loro posizione». La Corte si riferiva alle migliaia di risparmiatori dell’ex Jugoslavia, in particolare croati, che ancora chiedono la restituzione dei loro risparmi, per un valore odierno di oltre 170 milioni di euro, un tempo custoditi nelle casse della Ljubljanska. Un contenzioso che da anni divide Croazia e Slovenia. Lubiana, mentre agita lo spauracchio del veto all’ingresso croato nell’Ue, sostiene che la Croazia – insieme agli altri Paesi che ospitavano le filiali delle banche prima della dissoluzione jugoslava -, ha l’obbligo del rimborso e che la questione andrebbe risolta nell’ambito dei negoziati per la successione dell’ex Jugoslavia. Zagabria respinge invece la richiesta al mittente. E ora ha una freccia in più al suo arco, la sentenza di ieri.

Pubblicato su Il Piccolo

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