
Frattini, Jeremic, Diaconescu (photo: Giantin)
BELGRADO Calorosi abbracci, strette di mano e rassicurazioni sulla futura integrazione europea della Serbia. È questo il messaggio della visita a Belgrado del ministro degli Esteri Franco Frattini. Il titolare della Farnesina è stato accolto ieri nell’imponente ex Palazzo della Federazione jugoslava, a due passi dal Danubio, dal presidente della Repubblica serba Boris Tadic e dal ministro degli Esteri Vuk Jeremic. Liberalizzazione dei visti, integrazione europea e investimenti comuni nel settore energetico sono stati i temi trattati durante i colloqui. «Abbiamo parlato anche di cooperazione economica e sulle infrastrutture e, come si usa tra amici, pure di argomenti che ci dividono, come il Kosovo», ha affermato Jeremic.
Dopo gli incontri trilaterali a cui ha partecipato anche l’omologo romeno di Frattini, Cristian Diaconescu, il ministro degli Esteri ha voluto sottolineare come Italia e Romania – secondo Jeremic, «i migliori amici della Serbia in Europa» – siano totalmente favorevoli al processo di integrazione europea di Belgrado. «Il percorso dei Balcani verso l’Europa è un elemento decisivo della stabilizzazione regionale. La Serbia ha interesse a entrare in Europa, l’Europa ha quello di avere la Serbia tra le sue fila», ha evidenziato Frattini.
Nei colloqui si è toccato anche il delicato tema dell’Accordo di associazione e stabilizzazione tra Ue e Serbia, congelato dal 2008. Secondo il documento congiunto firmato da Frattini, Jeremic e Diaconescu, l’Accordo «va ratificato senza ulteriori ritardi entro la fine di giugno» e alla Serbia va offerto lo status di Paese candidato all’ingresso nell’Unione. Frattini ha poi tranquillizzato il governo serbo sulla questione dei visti. I serbi speravano di potersi risparmiare dalla fine del 2009 le umilianti attese davanti alle ambasciate europee per ottenere un timbro sul passaporto per uscire dal Paese. La contrarietà di Germania e Olanda aveva tuttavia raffreddato le loro speranze. «La liberalizzazione dei visti deve diventare realtà entro la fine dell’anno», ha promesso Frattini a Tadic. Sarà difficile. La vittoria delle destre alle elezioni rischia di creare un nuovo Parlamento europeo ancora meno sensibile del precedente alle aspettative europeiste dei Paesi dell’ex Jugoslavia. Secondo Frattini, «ha però ancora senso parlare d’allargamento. Non è più accettabile che i Balcani rimangano un’enclave circondata da stati membri dell’Ue». A proposito della conditio sine qua non per il cammino europeo della Serbia, ossia la consegna del criminale di Guerra Ratko Mladic, «l’Italia ritiene che Belgrado stia cooperando completamente con il Tribunale dell’Aja», ha spiegato Frattini ai giornalisti.
La visita di Frattini in Serbia premia gli sforzi riformatori di Tadic e del premier Cvetkovic. Entrambi auspicano una rapida abolizione del regime dei visti e la completa entrata in vigore dell’Accordo di associazione e stabilizzazione. Il trattato tra Belgrado e Bruxelles potrebbe dare respiro alla boccheggiante economia balcanica, facendo affluire nuovi fondi europei e facilitando la cooperazione economica tra Belgrado e I Paesi dell’Unione. La Serbia sta affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi anni. Il Pil potrebbe attestarsi a un -6% nel 2009, rispetto al 5,4% del 2008 e le entrate fiscali sono scese di oltre 17 miliardi di dinari (180 milioni di euro) da gennaio a causa del calo delle entrate dell’Iva e delle imposte doganali. Solo un prestito di 4 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale ha salvato il Paese dalla bancarotta, iniettando liquidità preziosa nelle casse statali. Secondo il presidente Tadic, la priorità europea è quella di evitare che nei Balcani «la crisi economica si trasformi in crisi istituzionale e in perdita dei valori di solidarietà e cooperazione. Dobbiamo fare di tuttoper evitarlo». Solo il tempo dirà se il messaggio di Tadic sarà recepito a Bruxelles, nelle stanze dei bottoni dove si decide il futuro dei Balcani.
E Frattini ieri ha anche assicurato l’impegno dell’Italia a «investire politicamente, culturalmente ed economicamente nell’amicizia con la Bulgaria». Il ministero degli Esteri lo ha fatto in mattinata a Sofia, dove ha ricevuto dal presidente Georgi Parvanov la «Stara planina», la massima onorificenza bulgara per il «grande merito di aver aiutato da commissario europeo la Bulgaria a entrare nell’Ue». Al termine dell’incontro con il presidente bulgaro e con il collega Ivailo Kalfin, Frattini ha parlato sulla necessità di «intensificare le relazioni economiche e culturali» fra Italia e Bulgaria e di «consolidare il processo di riforme nel Paese».
Tags: Balcani, Europa orientale, Italia, Romania, Serbia, Unione Europea













2 Comments
Questa notizia, me la ero persa, prezioso blog!
Fianlmente qualcuno che scrive e può scrivere con qualche dettaglio della situazione nell’Est, anche se personalmente trovo l’approccio degli articoli di Stefano Giantin un pò troppo pessimistico sui singoli Paesi: non è solo la crisi attuale a marcarne una precarietà specifica, anche il processo di adesione ha avuto le sue fragilità ed incertezze. La barca va dritta se a Bruxelles c’è qualcuno in plancia di comando, come c’è stato fino al 2004. Anche adesso possiamo dire che la crisi va gestita, ma è gestibile, anche fra l’Adriatico e gli Urali!
Grazie per i complimenti, mi fa molto piacere sapere che c’è interesse per l’Est e i Balcani e per quello che scrivo.
Per quanto riguarda il pessimismo: purtroppo i dati macroeconomici di molti Paesi dell’Europa orientale e dei Paesi Baltici parlano di una crisi sistemica estremamente severa e con implicazioni pesanti per il futuro dell’area (anche conseguenze politiche serie – vedi i risultati delle Europee – e sociali). E non mi addentro nel discorso sulle banche…
Lei cita giustamente l’assenza di una guida forte a Bruxelles: questo è, a mio parere, uno dei fattori più gravi della crisi a Est. Si rischia di abbandonare a sé stessi gli Stati dell’Europa orientale, con conseguenze che ancora non possiamo prevedere. Cambieranno le cose? Visti i risultati delle elezioni europee e la gravità della crisi in Europa occidentale, ne dubito.
Poi è chiaro che l’Ungheria non è la California e la Lettonia non è il Regno Unito. Le dimensioni delle economie dei Paesi dell’Est vanno per forza tenute in considerazione… Ciò non toglie che la gestione della crisi è stata finora molto parziale e insufficiente, nella maggior parte dei casi. Spero lei abbia ragione quando dice che la situazione è gestibile.