28. 01. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

Dighe e centrali minacciano il “cuore blu” d’Europa

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Gli ambientalisti lo hanno soprannominato «il cuore blu dell’Europa». Un cuore pulsante di acque spesso incontaminate, le acque che scorrono nei vicini Balcani. Acque di fiumi e torrenti, un terzo dei quali ancora oggi intatto, mai imbrigliato dalla mano spesso devastatrice dell’uomo.

Ma quel cuore, da tempo, è a rischio infarto. A rischio perché le sue “arterie” sono minacciate da governi che sono spinti dall’urgenza di aumentare la produzione di energia elettrica, per uso interno o per la più profittevole esportazione. E da investitori, almeno sulla carta, poco attenti all’ambiente. L’ultimo allarme in ordine di tempo, ma già più volte ripetuto in passato, è arrivato a metà gennaio da “RiverWatch”, società indipendente per la protezione dei fiumi. RiverWatch che ha ammonito che «uno dei parchi nazionali più antichi d’Europa è in pericolo». Un parco, quello di Mavrovo, in Macedonia, all’interno del quale l’esecutivo di Skopje sta considerando la costruzione di due «grandi centrali idroelettriche» alimentate da due dighe imponenti. Qual è il problema? Lo spiega un documento elaborato da ricercatori della stessa RiverWatch e dai colleghi della Fondazione tedesca “Euronatur”. Documento che descrive Mavrovo – al confine tra Macedonia, Kosovo e Albania -, come un luogo idilliaco, quasi 12mila ettari di «foreste di faggi, pascoli alpini, fiumi e torrenti immacolati», dove vivono «rare specie di trote». In quel paesaggio, tra «più di un migliaio di tipi di piante», non è infrequente osservare «lupi, orsi, lontre» e soprattutto la splendida «lince balcanica», sottospecie a rischio estinzione della lince eurasiatica e uno dei simboli nazionali della Macedonia.

Ma proprio ai limiti settentrionali e meridionali della riserva di Mavrovo, che di recente è stata individuata come potenziale futuro sito Unesco, potrebbero sorgere nei prossimi anni la “Lukovo Pole” e la “Boskov Most”, due colossali progetti idroelettrici. La Boskov Most, che fornirà 68 MW di potenza, costo circa 90 milioni di euro – di cui due terzi stanziati dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) -, sarà una «diga alta 33 metri», con un impatto estremamente pericoloso su «935 ettari» del parco e su «due fiumi», Mala e Radika, interessati da «drenaggio e rilascio delle acque». Ancora più problematico il progetto che riguarda la Lukovo Pole, prossima alla frontiera col Kosovo, il cui maggior finanziatore è la Banca Mondiale (Bm), che ha promesso di erogare almeno 50 degli 83 milioni di euro necessari al progetto. Progetto che prevede la costruzione di una diga alta 71 metri che impatterà negativamente sul corso di fiumi, tra cui la stessa Radika e il Dlaboka. Nella valle in cui essa scorre, sulle rapidi pendici dei monti, cresce «un’antica e unica foresta di faggi». Foresta che, assieme ad animali e specie rare, rischia di scomparire, se la costruzione avrà l’ok finale e Bers e Banca Mondiale andranno avanti a finanziare il progetto.

Ma la speranza che le proteste possano influire cambiando il destino dell’area non è svanita. «Il progetto proposto» per incrementare la quota di «energie rinnovabili» in Macedonia «è ancora in una fase di studio, nessuna decisione è stata presa», è stata costretta ad assicurare venerdì scorso la Bm. La «Banca Mondiale sarà la prima a bloccare i finanziamenti» se qualcosa non va nel progetto, ha confermato domenica il premier macedone Gruevski, intervenuto dopo le proteste a Mavrovo e la mini-sollevazione popolare della scorsa settimana contro il progetto registrata anche in Albania, giustificata dal fatto che il fiume Radika è “condiviso” tra Skopje e Tirana.

Mavrovo – a cui si sono opposti anche cento scienziati di tutto il mondo con una lettera aperta – che, tuttavia, è solo la punta dell’iceberg dei problemi del «cuore blu». Secondo calcoli di RiverWatch, a cui di recente ha dato voce “Der Spiegel”, sono quasi 600 le mini-centrali idroelettriche, piccole ma pericolose ostruzioni alle aorte del sistema idrografico «in gran parte finanziate da banche internazionali e aziende straniere, soprattutto europee» che sorgeranno nei prossimi decenni in tutti i Balcani. Per non parlare poi dei rischi per la salute connessi all’inquinamento. Fumo di nuove centrali a carbone, alla faccia dell’energia pulita, che sono in progetto in tutta la regione. Obiettivo, produrre 6195 MW da lignite entro il 2020. Centrali come la “Kosova e Re” (600 MW, sponsorizzata da Usa e Bm), le serbe “Kolubara B” e “Kostolac B3”, la “Stanari”, la “Tuzla 7” e “Ugljevik III” in Bosnia e la “Pljevlja II” in Montenegro. E così, tra arterie d’acqua da contenere con colate di cemento e nuovi neri fumi ad aggiungersi a quelli già presenti, la natura dei Balcani col suo “cuore d’acqua” rischia grosso.

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