10. 02. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

«Da soldato pregavo di morire Ma questa guerra è peggio»

TUZLA

TUZLA «Quando c’era la guerra, da soldato, pregavo di morire per non vedere più sofferenze, ma ora è peggio, questa è una guerra economica e non finisce, non finisce più». Così parlò l’operaio Hrusto Numanovic, di Tuzla. Ha ragione, Hrusto. Serve andare lì, nella sua città, cuore industriale ormai fermo del Paese, per capire un po’ meglio le ragioni della protesta. Di una protesta che non si esaurirà da un giorno all’altro.

Tuzla da dove tutto è partito, la scorsa settimana, con migliaia di persone, sindacati, pensionati, giovanissimi in piazza a chiedere al governo locale di fare qualcosa per alleviare le sofferenze della popolazione. Nessuna risposta, e allora palazzo del Cantone bruciato. Violenza che non deve sorprendere. Tuzla è in ginocchio. E non da ieri. Prima la guerra, poi le privatizzazioni selvagge e «criminali», le definisce Numanovic. E oggi, dopo l’enorme centrale termoelettrica, per arrivare in città sulla statale da Sarajevo si percorrono buoni due chilometri di strada nel deserto. Sulla destra un paesaggio post-industriale. Capannoni vuoti, industrie chimiche corrose dalla ruggine, grandi appezzamenti di terra invasi da erbacce e macerie, dove un tempo sorgevano fabbriche poi demolite. Funziona ancora, appunto, la “Termoelektrana”, le storiche industrie del sale e poco altro.

E allora, in una città dove la disoccupazione tocca il 60%, diventa abbastanza facile capire le ragioni di chi protesta, anche violentemente. «Quello», intendendo l’incendio alla sede cantonale, un palazzone di otto piani dei tempi della Jugoslavia, «l’ha fatto il popolo», dice Mirela, commessa in un negozio di chincaglieria cinese. «Hanno fatto bene», continua la giovane, «qui è è veramente il peggior momento dalla guerra e non esagero». «La gente ormai non ha più da mangiare, guardate quelli che rovistano nei cassonetti, la rivolta sociale è normale. Abbiamo aspettato per anni, ci ripetevano “le cose andranno meglio” e invece niente. E ora chi c’è l’ha campa con una pensione da 310 marchi, se va bene», conferma Milovan, pensionato, 40 anni in fabbrica. Ma da quanto dura la crisi? «Da un decennio se non di più, ma va sempre peggio», risponde. Come a Sarajevo, anche a Tuzla i più anziani sembrano quelli meno favorevoli alle maniere forti. Ma tutti, quasi senza eccezione, sostengono la protesta. «Le fabbriche sono chiuse e i politici se ne sbattono dopo aver incassato illecitamente i soldi delle privatizzazioni, la gente vive alla giornata e questo è quanto accade quanto si tira troppo la corda», dice il 50enne Fahrudin Covic. «Ma quando ho visto le immagini dell’incendio ho vomitato dallo stress, non è questa la via, questo è solo vandalismo».

I veri vandali sono «i politici», sono loro gli «hooligan che hanno fatto tutto questo», rispondono però gli operai della Dita, ex gigante dei detersivi, fabbrica che dava lavoro a più di 300 operai, privatizzata in modo dissennato, oggi chiusa, i lavoratori a casa senza salario. Chiusa, ma ancora difesa da un manipolo di ingegneri e operai che cercano di salvare il salvabile, di proteggere almeno le macchine dai vandali e dai cacciatori di metalli. A raccontare la loro lotta è Emina Busuladzic, presidente del comitato di sciopero dei lavoratori. Emina che con orgoglio ricorda «l’arrivo degli italiani della Mira Lanza», a fine Anni Settanta, la produzione su licenza del detersivo Ava e di decine di altri prodotti per la casa, negli impianti «che coprono 85mila metri quadri» e che sfornavano tonnellate di detergenti per l’intera Jugoslavia. Ma la Dita è morta, ammazzata da privatizzazioni gestite malissimo. Gli operai però la difendono, da tutto. «Siamo eroi», dicono. E poi assicurano che con qualche investimento la produzione potrebbe ripartire, già domani. Intorno, altre industrie decedute senza eutanasia, la Poliolchem, la Polihem, la Konjuh. La rivolta di Tuzla e della Bosnia nasce da lì, dalle fabbriche ferme, dal lavoro che manca, dai politici che per anni hanno giocato col fuoco. E la rabbia ora li insegue.

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