24. 06. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Belgrado, la perfida arma della propaganda

BELGRADO Un governo federale senza poteri che spedisce l’esercito alle frontiere slovene. I giornali vicini all’uomo-forte Milosevic che incitano alla conquista delle aree popolate da serbi in Croazia e rievocano gli orrori ustascia per scatenare il panico tra la popolazione.

Nella capitale di una Jugoslavia ormai in pezzi, il 25 giugno 1991 segnò l’apice di un lungo percorso di preparazione ai futuri conflitti. «I media invitavano a boicottare i prodotti sloveni. Se eravamo patrioti, non dovevamo più comprare i loro succhi di frutta o i reggiseni prodotti a Lubiana», racconta Dragan Petrovic, storico collaboratore dell’Ansa da Belgrado, epurato nel 1991 dalla TV serba per la sua opposizione al regime. «La gente comune – aggiunge – espressione della Serbia profonda, abboccava all’amo della propaganda. I media hanno giocato un ruolo fondamentale». In quei giorni «non si pensava ancora alla guerra, si sperava che in extremis qualcuno “normale” avrebbe fermato tutto, che si potesse arrivare a un divorzio pacifico. Incluso me, che scrivevo che la politica di Milosevic avrebbe condotto a un nuovo Libano», conclude Petrovic.

«Quasi tutti furono sorpresi da quegli avvenimenti. Anche se la situazione politica era pessima da tempo, nessuno immaginava che si sarebbe arrivati al punto di non ritorno. Un conto è vedere i politici che s’insultano, un altro è quando s’inizia a sparare», richiama alla memoria Dejan Anastasijevic, brillante giornalista serbo e corrispondente di guerra. Anche l’élite culturale «valutava che comunque la guerra sarebbe stata breve e non sanguinosa», aggiunge Anastasijevic. «C’era pure una forma di resistenza verso il nazionalismo, soprattutto all’inizio. Ma anche chi era contro, come me, non pensava che si sarebbe andati tragicamente così lontano. La vita in Jugoslavia al tempo non era molto differente da quella in Grecia o Portogallo. Una vita normale. Poi, arriva la guerra». Una guerra che, a Belgrado, tanti credevano non sarebbe mai scoppiata perché l’Europa si sarebbe messa di traverso. «Si riteneva che il mondo e l’Europa non l’avrebbero mai consentita. Si poteva evitare – afferma Anastasijevic – ma l’attenzione di tutti era invece rivolta al conflitto in Iraq. Ricordo il premier inglese Major. Quando la guerra iniziò, dichiarò che era solo un “singhiozzo”». Un singhiozzo che è costato centomila morti e le cui ferite non si sono ancora rimarginate.

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