29. 10. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Attentato a Sarajevo contro l’ambasciata Usa

BELGRADO Barba folta, un impermeabile simile a una tunica, pantaloni poco sotto il ginocchio, un kalashnikov. Il suo obiettivo: l’ambasciata americana a Sarajevo. È stata una giornata di fortissima tensione quella di ieri nella capitale bosniaca. Tutto è iniziato poco prima delle 16, quando Mevlid Jasarevic – 23 anni, sospetto integralista islamico wahhabita originario di Novi Pazar, cittadina a maggioranza musulmana in Serbia -, è entrato in azione seguendo un piano dai contorni ancora confusi.

Se volesse o meno uccidere non è chiaro, ma alle 15.40 si è presentato davanti alla sede diplomatica Usa nel quartiere di Marijin Dvor. Dopo aver senza successo invitato «i cittadini Usa a uscire» dall’edificio, ha cominciato a esplodere raffiche di colpi urlando «Allah Akbar», mentre i passanti si davano alla fuga. I proiettili di Jasarevic hanno ferito due agenti di guardia. Dopo mezzora, un cecchino delle forze speciali è riuscito però a centrarlo con un unico colpo. «È stata ferito e arrestato durante un’operazione di polizia», ha confermato poco dopo il portavoce della polizia, Irfan Nefic, smentendo le voci che davano per morto l’attentatore. Non si è trattato del gesto di un pazzo, ha poi confermato in serata Bakir Izetbegovic, il membro musulmano della presidenza tripartita, ma «un atto terroristico contro un Paese amico».
Quello di ieri è il secondo più grave attentato compiuto in Bosnia dopo la bomba del giugno 2010 nella stazione di polizia di Bugojno, 70 chilometri da Sarajevo. Bilancio: un morto e sei feriti e atto terroristico anche in quel caso attribuito ai wahhabiti bosniaci, integralisti radicali arrivati nei Balcani durante la guerra per combattere a fianco dei musulmani bosniaci. A maggio di quest’anno, uno dei leader wahhabiti, Bilal Bosnic, aveva esortato i suoi seguaci a «vendicare la morte del martire Bin Laden». Forse Jasarevic è stato il primo a prenderlo in parola.

«Siamo preoccupati da tempo per il fenomeno, non è la prima volta che qualcosa del genere accade e spiega che la questione è profonda», chiarisce a Il Piccolo l’analista Muhamed Jusic. Ci sono prove che Jasarevic fa parte dei wahhabiti: «È ben conosciuto, aveva avuto dei problemi in passato con la polizia serba», dopo essere stato fermato a Novi Pazar nel novembre 2010 durante la visita dell’ambasciatore Usa in Serbia, Mary Warlick e di altre feluche. Addosso gli era stato trovato un lungo coltello da guerra che sembra volesse usare per punire «i nemici dell’Islam», così si era giustificato. «E si sospetta che fosse stato arrestato anche durante un’operazione in Bosnia», svela Jusic. Quella dell’anno scorso nel villaggio di Gornja Maoca. L’isolato paesino, trenta famiglie, è una vera e propria piccola “isola” wahhabita. Vi si pratica la sharia nel modo più rigido ed è stato già in passato oggetto delle “attenzioni” delle forze speciali bosniache perché considerato base logistica di traffici di armi e un centro terroristico. Tocca ora agli inquirenti bosniaci fare luce sul grave attentato. Tenendo presente che Jasarevic, conclude Jusic, «è solo un esecutore. Il focus deve imperniarsi sulle persone che sono dietro a questa ideologia. Sono una piccola minoranza, ma il numero non è essenziale. Importante è il livello di radicalizzazione che questi gruppi hanno raggiunto». E il livello di guardia è stato superato, dopo l’attentato di ieri.

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    suggerisco lettura MADRASSE PICCOLI MARTIRI CRESCONO TRA BALCANI E EUROPA di antonio evangelista, recensione di narcomafie, pecat, dani .... il fenomeno ha radici che affondano nella guerra dei balcani, nelle politiche internazionali e nella disimformazione organizzata e sistematica....BILAL BOSNIC è partito dall'austria per fare un predicozzo in bihac dopo la morte dello sceicco....PERCHE' SCOMODARSI TANTO QUANDO POTEVA POSTARE IL SUO PREDICOZZO nel web con gli altri suoi mp3 già presenti sulle sue pagine ??!!

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