15. 11. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Allarme all’Onu: «Serbi di Bosnia verso la secessione»

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Un grido d’allarme scuote il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a New York. Un grido d’allarme per la Bosnia-Erzegovina. Bosnia che, a quasi 17 anni dagli Accordi di Dayton che misero fine al conflitto, ancora non può dirsi pacificata a causa dell’irresponsabilità dei suoi leader politici. Bosnia che rischia perfino la disintegrazione, se le pulsioni secessionistiche “made in Republika Srpska” non cesseranno di minarne la stabilità.

È questo il cupo quadro dipinto al Consiglio da Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di pace del ‘95. Inzko che, presentando all’Onu il suo rapporto semestrale sullo stato di salute del Paese balcanico, non ha usato mezzi termini per segnalare che la nazione ha come minimo una febbre assai alta. Una febbre causata da «aperte sfide» agli Accordi di Dayton. Sfide che hanno bloccato i progressi che il Paese aveva iniziato a compiere nei mesi scorsi. Sfide lanciate, secondo il diplomatico austriaco, dal leader serbo-bosniaco, Milorad Dodik. «L’Alto rappresentante ha espresso una particolare preoccupazione per l’intensificarsi della retorica nazionalistica dell’attuale leadership della Republika Srpska», l’entità serba del Paese, «a sostegno della secessione e della dissoluzione dello Stato», specifica una nota emessa dall’ufficio di Inzko. Retorica associata a «sforzi diretti a indebolire le istituzioni» e a mettere in discussione «l’integrità territoriale del Paese». Sono tutti fatti che meriterebbero «una rilevante attenzione da parte della comunità internazionale», ha sottolineato Inzko, introducendo il suo “report” di 27 pagine.

Pagine in cui vengono evidenziati i più recenti attacchi del presidente della Republika Srpska. A fine settembre, Dodik – «colui che la comunità internazionale dovrebbe degnare di una speciale attenzione», avvisa Inzko -, affermò che la Bosnia «è uno Stato marcio che non merita di esistere, che di continuo conferma la sua incapacità ad esistere». «Prima o poi il Paese crollerà e per quanto mi riguarda, prego Dio che lo faccia dissolvere il prima possibile», un passo dello stesso pronunciamento. D’altronde, come aspettarsi di vivere in armonia in uno Stato dove non esiste una visione comune della storia recente. A Srebrenica «nessun genocidio», aveva asserito poco dopo Dodik. «Sarebbe un errore sorvolare su dichiarazioni» del genere, giudicarle «vuote» o semplici “boutade” populistiche, ha poi ammonito l’Alto rappresentante. Perché dalle parole ai fatti il passo è breve, soprattutto se a muovere i fili è Dodik, al momento in crisi di consenso tra i serbo-bosniaci e dunque più propenso a infiammare il discorso politico per riguadagnare il favore popolare.

Lo «j’accuse» di Inzko contro i serbi di Bosnia non è tuttavia piaciuto a Mosca. «Il rapporto è scritto con toni allarmistici ed è critico» solo «verso i leader serbo-bosniaci», ha affermato l’ambasciatore russo all’Onu, Vitaly Churkin. Churkin che infine ha addossato la colpa dell’instabilità bosniaca alle diatribe tra i maggiori partiti politici musulmani. I serbi non c’entrano e l’Ufficio dell’Alto rappresentante dovrebbe definitivamente chiudere i battenti, perché inutile, ha concluso Churkin.

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